Io sono Mia

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Una donna di nome Mia

Sull’ondata del successo di botteghino Bohemian Rhapsody (acclamato biopic diretto da Bryan Singer sulla vita del leader dei Queen Freddie Mercury) e appena pochi mesi dopo l’uscita (prima in sala, come evento speciale, poi in televisione) di Fabrizio De André – Principe libero (per la regia di Luca Facchini), ecco arrivare sui nostri schermi un ulteriore biopic incentrato su un personaggio che ha avuto il suo peso all’interno del panorama musicale nostrano e che è scomparso prematuramente nell’ormai lontano 1995. Stiamo parlando della celebre cantante Mia Martini, la cui morte è ancora assai controversa, ma che, per la sua vita costellata di spiacevoli avvenimenti e, soprattutto, per alcune sue memorabili canzoni è ancora viva nella memoria degli italiani. È così, dunque, che ha visto la luce Io sono Mia, anch’esso pensato come evento speciale al cinema, anch’esso che, successivamente verrà trasmesso anche sul piccolo schermo. Per l’occasione, la regia è stata affidata a Riccardo Donna, con un’importante carriera televisiva alle spalle e che ha messo in scena uno script firmato Monica Rametta, per il quale hanno fatto da consulenti proprio le sorelle della defunta, ossia Loredana e Olivia Bertè.

Interessante operazione? Indubbiamente. La vita della celebre cantante, infatti, per tutte le sue tormentate vicissitudini, ma anche per quell’aura di mistero in cui è stata sempre avvolta, ha incuriosito, intristito e anche affascinato migliaia di italiani, come poche altre volte è successo. Saranno in molti, dunque, ad aspettare di vedere “il reale svolgimento dei fatti”, per darsi almeno una spiegazione di come siano andate le cose e del motivo per cui la compianta Mia Martini ci abbia lasciato così presto. E così, in principio di un progetto così importante, vediamo, di spalle, un’esile figura femminile che si accinge a entrare nel celebre Teatro Ariston di Sanremo. Ci troviamo nel 1989 e sta per avere luogo il noto Festival della Canzone Italiana. Mia Martini, dopo un lungo periodo di declino, è pronta a tornare in scena. Non appena sul palco, la donna viene finalmente ripresa frontalmente, ed ecco che ci appare il volto della giovane Serena Rossi. Troppo giovane per la parte? Forse è proprio il suo volto a essere troppo pulito, troppo fresco? Probabilmente sì. Eppure, man mano che ci si addentra nel racconto, notiamo come l’interprete abbia fatto uno studio lungo e approfondito sul personaggio della Martini, di cui ha assunto non solo le sembianze fisiche, ma anche il suo singolare modo di muoversi e la sua andatura leggermente incurvata. Fino al punto da confondersi quasi con l’originale e da classificarsi di diritto come il maggiore punto di forza dell’intero lavoro. Un lavoro, questo, su cui indubbiamente si è puntato molto, ma che, a ben guardare, ci appare assai “edulcorato”, eccessivamente romanzato e che salta di proposito alcuni momenti importanti della vita della cantante (a questo punto, impossibile non pensare al fatto che siano state le stesse sorelle di Mia Martini ad aver fatto da consulenti durante la stesura dello script). Ora, il fatto che un’opera – cinematografica, teatrale o letteraria che sia – si distacchi dalla realtà, va anche bene. In fondo, si tratta pur sempre di un prodotto artistico a sé stante. In questo caso, però, così facendo, sono venute meno proprio le finalità iniziali che hanno smosso regista e produttori,ossia l’intento di omaggiare la cantante e di far luce una volta per tutte su ciò che è stata la sua vita. Tornando al punto iniziale, in cui abbiamo capito cosa si può, di fatto, aspettare lo spettatore da un biopic del genere, capiamo, dunque, che, in seguito alla visione del presente lavoro, il pubblico possa anche sentirsi amareggiato, parzialmente deluso, quasi incompleto.
Cosa resta, dunque, di un’operazione del genere? Alla fine dei giochi, non resta altro che una fiction sì dignitosa, sì con piccole, indovinate velleità autoriali – come alcune riuscite dissolvenze incrociate o sporadici fermi immagine sui primi piani dei personaggi – sì con momenti di forte impatto emotivo (vedi, ad esempio, le scene in cui la donna ha i primi successi con la canzone Minuetto, scritta per lei da Franco Califano, o il momento in cui si esibisce a Sanremo con la canzone “Almeno tu nell’Universo”), ma, di fatto, pur sempre una fiction eccessivamente ammiccante, con una forte impronta televisiva e che, nonostante una confezione tutto sommato gradevole e ben realizzata, difficilmente riuscirà a farsi ricordare per molto tempo.

Marina Pavido

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