Io c’è

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7.5 Awesome
  • VOTO 7.5

Meno male che Io c’è

“Ionismo” per principianti. Io. Dio. Una consonante e il mondo ti appare diversamente. O forse no? L’ottimo Alessandro Aronadio di Orecchie, film rivelazione della scorsa stagione, ha deciso di tornare sul grande schermo con una produzione cinematografica visibilmente più ricca, a partire dalle scelte di casting, ma ugualmente in grado di stimolare il pensiero attraverso acute riflessioni sulle distonie del presente, proposte in forma di salace commedia. E anche se complessivamente l’appeal cinematografico di Orecchie era più sanguigno, evidente, in Io c’è vi è comunque una ricchezza di immagini, gag e contenuti tale da farci annoverare Aronadio tra gli autori italiani più interessanti, nonché intelligenti, apparsi in questi anni. E se perciò alla fine del lungometraggio non sarà apparso al pubblico un nuovo dio, bensì un nuovo e promettente regista, potremmo già riporre in simile epifania le basi di una solida, apprezzabilissima trascendenza cinefila.

Abbandoniamo subito, però, questo misticismo “de noantri” mutuato in modo sornione dal soggetto stesso nel film, per inquadrare più da vicino l’altro misticismo, quello ipotizzato da Aronadio quale cornice di un racconto cinematografico dalle penetranti e calibrate intenzioni satiriche. Quasi superfluo sottolineare come sia proprio la dimensione del rito religioso l’epicentro tematico di un lavoro di scrittura peraltro divertente, godibilissimo. La vis comica di Io c’è si afferma sin dalle prime battute, allorché il personaggio di Massimo, interpretato da un Edoardo Leo sempre più efficace in ruoli del genere, diventa tracciante in grado di far luce in modo singolare sugli scompensi pratici ed ideologici dell’Italia di oggi. Le premesse sono davvero stimolanti. Rampollo di una famiglia della borghesia medio-alta capitolina, con tanto di nonno repubblichino nell’albero genealogico, Massimo prima della crisi aveva scelto di avviare un lussuoso B&B nel centro di Roma. Ma quell’attività inizialmente fiorente tra il mutare della situazione economica, le mazzate dell’era Monti e altri sfaceli abbattutisi sulla penisola è destinata a perdere ben presto terreno, lasciando il malcapitato in cattive acque. Cos’è però che sembra resistere tenacemente al declino, in una società alla deriva? I beni ecclesiastici, come ad esempio lo spartano ostello aperto davanti a lui da suore acidissime, non sono soggetti a tasse e reggono bene i colpi della crisi, anzi, sembrerebbero addirittura prosperare. E qui a Massimo viene un’idea apparentemente folle, ma in fondo geniale: trasformare la propria struttura in luogo di culto, così da ottenere tutti i benefici del caso.
L’aspetto più paradossale della vicenda si sviluppa a partire da questa decisione. Perché utilizzare religioni preesistenti, se tra rabbini, imam e preti cattolici nessuno vuol farsi carico di una proposta talmente sfacciata? Con l’aiuto della borghesissima sorella (una Margherita Buy che sa ritagliarsi il giusto spazio nella storia) e di un mediocre scrittore incline al radical chic (un Battiston straripante quanto basta per lasciare il segno anche qui), il protagonista si inventa di sana pianta una nuova religione, lo “Ionismo”, che al posto di un dio distante, di dogmi e di precetti immutabili pone l’Io di ognuno, quale verità ultima. Una religione molto umana e per nulla trascendentale. Ma che ha bisogno comunque di riti, di qualche suggestione in più, per far presa sulle coscienze…

Abile artigiano del pensiero e umorista non superficiale, pur annoverando qualche giro a vuoto nel prosieguo della narrazione, Aronadio ha dimostrato di saper lavorare in modo arguto un sostrato così effervescente. La satira degli aspetti più opprimenti e volendo “oppiacei” delle cosiddette religioni rivelate si fonde, in ultima analisi, con il rispetto di una più libera ricerca spirituale, dando vita a un surreale apologo che abbonda in paradossi e in trovate a volte irresistibili, rese tali anche dalla buona verve degli interpreti. All’inizio il cineasta amenamente “sorrentineggia”, se ci è concesso il neologismo, nel cuore dell’Urbe, offrendo del mondo ecclesiastico romano un ritratto ultra-pop, con tanto di cameo della mitica Gegia nel plotoncino di suore arpie. Più il racconto procede, più si va strutturando, rispettando pienamente i canoni di una commedia ricca di fosforo, non omologata, che sa divertire lasciando al contempo notevoli margini di riflessione sulla natura del pensiero religioso, del rito, della sua successiva istituzionalizzazione.

Stefano Coccia

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