Intervista a Piergiorgio Casotti

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Dalla Groenlandia di “Arctic Spleen” a “La macchia mongolica”

L’atmosfera gaudente e al contempo satura di passione cinematografica dei festival ravennati è spesso foriera di graditi incontri e di valide scoperte cinefile. Non ha fatto certo eccezione la quinta edizione del Soundscreen Film Festival di Ravenna, che qualche mese fa ci aveva messo nelle condizioni di apprezzare sul grande schermo, emozione negataci poi nei mesi successivi, un documentario intenso e ricco di fascino come La macchia mongolica. Ma c’è di più. L’amena serata romagnola, già impreziosita dal recital poetico di Massimo Zamboni prima della proiezione, ha avuto altre conseguenze positive: autore del documentario è infatti Piergiorgio Casotti, di cui ricordavamo con un brivido sotto la pelle il precedente Arctic Spleen.
E così, complice il forte impatto di quell’altra visione, già durante il Soundscreen si era provato a condividere col generoso cineasta impressioni, ricordi di altri festival, suggestioni antropologiche o relative comunque alla dimensione del viaggio. Proprio con Piergiorgio Casotti ci si era quindi ripromessi di tornare sull’argomento alla prima occasione. La circostanza propizia si è manifestata da poco, ma ci ha subito indirizzato verso questa intervista, tanto snella quanto incline a sguardi non privi di spessore sulla vita e sul cinema.

D: Se permetti, Piergiorgio, farei iniziare la nostra conversazione da Arctic Spleen, il documentario che nel 2014 mi fece conoscere il tuo cinema e un certo modo di raccontare storie, situazioni, collocate spesso in realtà molto distanti dalla nostra. Innanzitutto, cosa ti aveva condotto in Groenlandia?
Piergiorgio Casotti: Il caso, una coincidenza veramente fortuita ha fatto riemergere informazioni sui suicidi giovanili in quell’area che avevo letto molti anni prima. Nel contempo c’era la mia paura della morte. Era una dicotomia perfetta, oltre al fatto che si svolgeva in uno scenario ideale per me. L’isolamento e la solitudine e il ghiaccio. Dovevo affrontare me stesso.

D: Già dal titolo il tuo lavoro sembrava contenere un’ambivalenza, da un lato quel “mal d’Artico” che può cogliere chi si avventuri in territori così estremi e per molti aspetti ricchi di fascino, ma in forma ancor più decisa quella situazione di profondo disagio giovanile in cui ti sei imbattuto lassù. Quali sono state le sensazioni più forti, da te avvertite mentre giravi il documentario? E quali aspetti di tale ambiente naturale e della così peculiare cornice antropologica ritieni siano emersi di più, nel montaggio finale?
Piergiorgio Casotti: Io non sono mai stato in Africa, ma se il mal d’Artico che mi è entrato sotto pelle è simile a quello che si dice per l’Africa, allora confermo la veridicità di questa espressione. Una terra cruda, ammaliante, affascinante ma crudele allo stesso tempo. Una sensazione di libertà claustrofobica. L’orizzonte pulito e infinito senza la possibilità di esplorarlo, come trattenuti da un cordone invisibile. Dal lato umano la sensazione più forte è stata la disarmante sensazione di una giovinezza romanticamente decadente, incapace di reagire, fatalista.

D: Sei riuscito a mantenere qualche contatto con le persone conosciute in Groenlandia e ritratte nel documentario?
Piergiorgio Casotti: Sì, ho ancora contatti con quasi tutti i ragazzi con cui sono stato per quasi quattro anni. Poi almeno una volta ogni paio d’anni torno a Tasiilaq per rivedere loro e quella terra.

D: Dalla Groenlandia alla Mongolia: anche il tuo ultimo lavoro presenta uno scenario che allo spettatore appare assai remoto. Come è nata l’idea di realizzare La macchia mongolica? E in che misura c’entra la tua passione per la musica, anche considerando che Massimo Zamboni aveva già posto un sigillo sulla splendida colonna sonora di Arctic Spleen?
Piergiorgio Casotti: Anche qui l’idea è nata per caso e reagendo d’istinto ad un impulso arrivato inaspettato. Massimo mi telefonò un pomeriggio di aprile chiedendomi se volevo andare in Mongolia con loro (Daniela, la moglie e Caterina, la figlia). In quell’occasione mi spiega di Caterina, della sua macchia mongolica, dei vent’anni dal primo viaggio dei CSI, dei diciott’anni di Caterina e dei sessanta di Massimo. Troppe coincidenze, “dobbiamo farne un film”. E così è stato. Più che la mia passione per la musica è la mia grande ammirazione per i CCCP e i CSI, oltre che per le sonorità che Massimo riesce a mettere sia in musica che in parole.

D: Quel “detour” così magnetico nelle steppe dell’Asia che prende forma attraverso il film genera tanti motivi di curiosità. Cos’è di questo viaggio e delle riprese effettuate in loco che lì per lì ha saputo stupirti? E quali momenti di questo “diario” si sono sedimentati più in profondità?
Piergiorgio Casotti: I momenti più forti che rimangono tutt’ora sono i giorni passati nel monastero di Shankh, con il suo silenzio attenuato dai mantra tibetani cantati dai monaci dalle prime ore del giorno. Una lunga pausa in un viaggio frenetico che ha saputo farmi rallentare e quasi sincronizzare con la vita mongola delle steppe. E poi, voglio vincere facile ma è la verità, le sinuosità dell’altipiano che continuano fin oltre un orizzonte lontanissimo.

D: Una delle contrapposizioni più nette e iconiche, a nostro avviso, è rappresentata dal contrasto tra gli stili di vita tradizionali e gli effetti di quel mesto inurbamento, che fa apparire alienante la capitale mongola. Cosa puoi dirci a riguardo?
Piergiorgio Casotti: Purtroppo la capitale Ulan Bator mi ha accolto come si riceve uno schiaffone a occhi chiusi. Inaspettato e sbilanciante. Purtroppo, ho poi saputo, anche qui il processo (spesso deleterio perché incontrollato) di urbanizzazione è iniziato e sta progredendo in maniera molto veloce. Molti pastori lasciano la vita ancestrale ammaliati dalle promesse di una vita più facile, per poi ritrovarsi ancora più poveri in una misera Gher alle periferie nord della città. Disarmati contro una vita a cui non sono preparati.

D: Massimo Zamboni e sua figlia: due ritratti di notevole intensità, che sullo schermo abbiamo apprezzato molto. Cosa potresti aggiungere, rispetto a come li conoscevi prima del viaggio e a cosa eventualmente hanno rivelato di nuovo, durante questa esperienza?
Piergiorgio Casotti: In realtà poco di più. Conosco entrambi da molti anni e non mi hanno sorpreso. Anzi hanno confermato il loro profondo legame.

D: Per finire, in questo periodo così difficile per il cinema e lo spettacolo in generale c’è stata comunque qualche novità, relativamente alla circolazione del documentario? E per caso sei già al lavoro su qualche altro progetto?
Piergiorgio Casotti: Il film (a causa del COVID) avrà una circolazione WEB su una o alcune piattaforme. Purtroppo le proiezioni in sala sono saltate. Dal punto di vista di nuovi progetti sì, ci sono alcuni pensieri ancora sospesi fino a quando non riuscirò a viaggiare in tranquillità. Uno dei progetti è proprio tornare a Ulan Bator per concentrarmi sulla città.

Stefano Coccia

 

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