Social Hygiene

0
7.0 Awesome
  • voto 7

Rispettando le distanze

Se soltanto due anni fa eravamo rimasti piacevolmente colpiti dall’ottimo Ghost Town Anthology, ecco che l’acclamato cineasta canadese Denis Coté è tornato alla Berlinale, dove, in questa singolare 71° edizione, ha presentato in anteprima il suo Social Hygiene (in originale Hygiène sociale), all’interno della neonata sezione Encounters.

Ma di cosa tratta, di fatto, il presente Social Hygiene? Presto detto. Antonin è un dandy con l’ambizione di diventare uno scrittore famoso. E la cosa si sarebbe anche potuta realizzare se l‘uomo non avesse sempre avuto un atteggiamento del vivi e lascia vivere, abitando all’interno della macchina di un suo amico e senza mai prendere iniziativa alcuna. Tale atteggiamento ha da sempre innervosito sia sua sorella che sua moglie, come anche numerose altre donne che lo stesso ha incontrato nel corso della sua vita.
Fitti dialoghi di impostazione teatrale stanno, dunque a caratterizzare il presente Social Hygiene. Eppure la vera peculiarità di questo ultimo lavoro di Coté è un’altra: data la pandemia e date le numerose restrizioni a cui tutti dobbiamo sottostare, anche l’artista ha dovuto per forza di cose adattarsi a determinate regole e, come lo stesso titolo sta a suggerire, si è adattato a questa nuova situazione girando questo suo film in aperta campagna e facendo in modo che gli attori stessi potessero mantenere il distanziamento sociale. E alla fine così è stato.
I protagonisti del film – tutti ripresi rigorosamente in campo medio – restano costantemente ben distanziati. Nel pieno rispetto delle regole. E, nella loro costante staticità, le figure delle donne, la cui presenza è ulteriormente sottolineata dal rumore del vento in sottofondo, assumono immediatamente un carattere quasi felliniano, vere e proprie “coscienze” dello sbandato protagonista.
Non manca un tocco di ironia, in questo particolare lungometraggio di Coté. E la stessa è ulteriormente sottolineata sia da una sorta di straniamento brechtiano che da una riuscita commistione tra passato e presente, in cui, nonostante stiamo parlando di un film in costume, viene spesso fatto riferimento in modo alquanto paradossale ai social media o ai fast food.
In poche parole: un nuovo modo di intendere il cinema dopo essersi adattati a determinate regole, per un prodotto del tutto originale che tanto sta a ricordare i lungometraggi di Bruno Dumont. Resilienza? Indubbiamente. Ma, al contempo, è anche vero che il presente Social Hygiene funziona. Ed è stato anche in grado di dar vita a una sorta di eroe involontario che fin da subito fa simpatia e che con le sue numerose imperfezioni riesce subito a entrare in contatto con gli spettatori come difficilmente capita. E la donna, in questo caso, com’è considerata? La donna onniscente, la donna specchio della propria coscienza, la donna talmente sincera da risultare spiazzante altro non fa che mettere in crisi il nostro protagonista. Vero e proprio grillo parlante dei giorni nostri e non solo.

Marina Pavido

Leave A Reply

5 × due =