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Intervista a Matteo Scarfò

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Dall’attività di film-maker a eXtramondi

La quarta edizione di eXtramondi – Oltre le frontiere del tempo, rassegna cinematografica che dà spazio e luce al cinema italiano indipendente di genere, ideata e curata da Matteo Scarfò e Catia Demonte, sta per decollare dal Teatro Flavio di Roma, dove per quattro giorni il pubblico, ad entrata libera, potrà vivere emozioni incredibili. Questa edizione vede la mediapartnership della nostra rivista e la collaborazione con Asbury Movies, ed i critici Stefano Coccia e Marco Minniti in veste di critici, intervistatori, mediatori dei film in programma.
In attesa di sbarcare su altri mondi, abbiamo intervistato per voi il regista, autore e ideatore di eXtramondi Matteo Scarfò.

D: Quale criterio hai utilizzato nella scelta dei film da inserire in rassegna?
Matteo Scarfò: Non ho un criterio tematico ma cerco sempre di far dialogare tutti i generi che vengono  realizzati, cerco dei film capaci di divertire ma anche di dire qualcosa allo spettatore. Ho dato priorità a film e cortometraggi che offrivano perlomeno uno sguardo originale, totalmente fuori dai circuiti mainstream.

D: Che differenza c’è, a livello tecnico ma anche emotivo, girare un film come Esistenza zero o un documentario come quello su Anna Maria Ortese?
Matteo Scarfò: La fantascienza come Esistenza zero richiede la capacità di costruire un mondo che non esiste e renderlo credibile. Non è detto che questo vada fatto con un profluvio di effetti speciali, è anche il modo in cui ragionano i personaggi immersi in un mondo alternativo che crea una distopia, un’utopia o un racconto ucronico. Un documentario, specialmente poi su una figura complessa come Anna Maria Ortese, invece, richiede un approccio opposto: bisogna essere fedeli alla realtà di un racconto che è esistito, che è stato vita vera di una persona. Non devi costruire un universo, devi ascoltare ciò che l’autore o autrice voleva comunicare, è come se lei o lui ti prestasse una parte del proprio vissuto, di conseguenza il compito si fa gravoso: devi essere in grado di non tradire questa fiducia. Emotivamente la differenza c’è eccome: nella fantascienza proietti verso l’esterno le tue visioni e i tuoi incubi esistenziali; nel documentario diventi portatore della voce di qualcun altro. Esiste però un filo conduttore comune: esplorare l’infinita profondità dell’umano.

D: eXtramondi è arrivato alla quarta edizione. Quali sono le difficoltà nel proporre un festival o una rassegna cinematografica oggi a Roma? E quali le possibilità concrete?
Matteo Scarfò: Organizzare una rassegna a Roma è un’impresa complessa. Le difficoltà principali sono i costi che un’organizzazione tale richiede, ormai diventati quasi proibitivi per una persona sola, poi c’è il sovraccarico di offerta che divide il pubblico e la carenza di spazi dedicati e sostegni strutturali per le realtà indipendenti. Bisogna continuamente lottare per conquistare un po’ di pubblico. Roma però avrebbe una platea vasta volendo, solo che è difficile convincerla a darti fiducia. La forza di eXtramondi è stata quella di creare una piccola comunità appassionata, c’è la visione del film ma c’è anche l’incontro. La possibilità concreta è quella di diventare un punto di riferimento stabile, dimostrando che il cinema di ricerca ha ancora una presa sulle persone se selezionato con intelligenza e se dimostra rispetto verso il pubblico.

D: Quanto è importante, oggi, per un regista indipendente, “fare rete”?
Matteo Scarfò: Oggi per un regista indipendente “fare rete” è una condizione di sopravvivenza e di libertà artistica, è fondamentale direi. La collaborazione con professionisti come Gabriele Tacchi, Catia Demonte, Giuliano Giacomelli, Mattia De Pascali e tanti altri non nasce solo da una stima tecnica reciproca, ma da una condivisione di valori culturali e di visione del cinema. Quando fai un film indipendente, creare una piccola “factory” ti permette di ottimizzare le risorse senza mai svendere la qualità. Ci si conosce, ci si rispetta nei propri ruoli, e soprattutto si rispetta il lavoro, che va ricompensato. Nel cinema indipendente sapere di non essere isolato fa tutta la differenza del mondo. Credo sia importante tutelare la propria identità autoriale supportandosi a vicenda.

D: Come mai la scelta di film sovietici in scaletta? Che rapporto hai con il cinema russo ed estero?
Matteo Scarfò: Il cinema sovietico ha regalato alla storia della settima arte vette inarrivabili di poesia visiva e di riflessione filosofica. Io ne sono un appassionato da sempre, lo sguardo della cultura russa mi ispira e mi affascina. Mio padre mi fece vedere La corazzata Potëmkin a cinque anni. Poi passammo a Stalker e Solaris. Lo ringrazio da sempre. Pensiamo al modo in cui maestri come Tarkovskij, Vertov, Paradžanov, Sokurov, Klimov o l’ucraino Bondarčuk hanno trattato lo spettacolo, il tempo, lo spazio, l’esistenza, la memoria: è un cinema che si è immerso a capofitto nell’abisso dell’esistenza e nella spiritualità. In Italia è purtroppo poco diffuso e spesso relegato a nicchie accademiche, mentre merita di essere riscoperto sul grande schermo per la sua incredibile potenza visiva e concettuale. Inserire opere sovietiche in scaletta significa offrire allo spettatore uno sguardo diverso, un’alternativa di linguaggio cinematografico e di cultura indispensabile per nutrire il nostro immaginario, che non si può fermare solo ai punti di vista di pochi paesi. Inoltre la fantascienza sovietica è entrata di diritto nel Pantheon dei grandi, i film che proponiamo sono profondi e spettacolari, è un delitto dimenticarli.

Michela Aloisi

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