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Haiku 27

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VOTO: 7,5

Viaggio allucinante nella dipendenza

Il perturbante cinematografico sembra essere una costante dei cortometraggi selezionati per la quarta edizione di eXtramondi, con punte di straniamento particolarmente accentuate in Non piangere di Alessandro Grassi e Haiku 27 di Nikolaj Servettini. Quest’ultimo per noialtri non rappresenta certo una novità. Lo avevamo infatti intercettato all’Italian Horror Fantasy Fest, svoltosi nel 2025 presso la Casa del Cinema di Roma, dove gli era stato conferito anche un meritatissimo Premio “Flat Parioli”, annunciato per giunta sullo schermo da un redivivo Zio Tibia. Lo si rivedrà oggi al Teatro Flavio, con un filo di apprensione, dato che le sensazioni stimolate da tale visione possono indurre un salutare disagio e forme di turbamento sulle quali riflettere.

L’ambientazione è una delle più claustrofobiche che si possano immaginare. Una stanza soffocante, dove sono stati accumulati oggetti di vario genere, illuminata a stento da cromatismi acidi. Uno schermo televisivo acceso sul nulla. Scritte in lingua giapponese che coprono intere pareti. Una migale o tarantola in agguato nella sua teca. E poi le note disturbanti prodotte dal basso del protagonista, che se ne sta sdraiato e continua ossessivamente a esercitarsi con lo strumento, separato in qualche modo dal contesto dalla maschera demoniaca che tiene inizialmente sul volto. Anche se il vero “elemento di disturbo”, in un certo senso, è quel padrone di casa che bussa insistentemente alla porta , visibilmente irritato per i troppi affitti in arretrato e per il continuo rumore che proviene dall’appartamento.

Ciò che avrà luogo successivamente è un vero e proprio trip allucinatorio. Difatti l’assunzione di particolari sostanze da parte del protagonista facilita in lui l’emergere di determinate ossessioni e sinistre epifanie, proiettando il corto verso la dimensione di un body horror dalle sfumature cronenberghiane, che contaminano poco a poco sia la realtà fisica che quella proiettata sul monitor della TV. Con esiti in entrambi i casi opprimenti, agghiaccianti. E il resto lo fa la colonna sonora. Mentre la cornice si arricchisce di altri riferimenti alla cultura nipponica. A impersonare con sofferta e angosciosa intensità il protagonista è l’umbro Jacopo Servettini, la cui stretta adesione fisica e spirituale al personaggio rende ancora più autentica la sua delirante esperienza. Un “viaggio” che allude, senza fronzoli, ai rischi e alle conseguenze di una dipendenza portata all’estremo.

Eppure, inevitabile controcampo, una certa inquietudine la desta anche quel “buon borghese” la cui ipocrisia pare uscita da una canzone di Fabrizio De Andrè, ovvero il padrone di casa, al quale è affidata una chiosa che lo dipinge come soggetto in grado di condannare, sempre, ma di aiutare ed empatizzare mai. E così, compatibilmente con tale contrapposizione, acquista ancora più valore la didascalia conclusiva, che tende a racchiudere il senso di questo piccolo, grande film: “A tutti i guerrieri che sono caduti affrontando i propri demoni”.

Stefano Coccia

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