Intervista allo sceneggiatore di Stranotrofio
La quarta edizione di eXtramondi, svoltasi al Teatro Flavio di Roma, non è stata soltanto la vetrina ideale per un certo tipo di cinema, ma anche prezioso luogo di incontri.
Estremamente vivaci e partecipati sono stati ad esempio i Q&A con il pubblico. Nel corso di quello, moderato dal sottoscritto e dal collega Marco Minniti, che ha avuto quali protagonisti Alberto Genovese e Mattia De Pascali, rispettivamente regista e sceneggiatore di Stranotrofio, la risposta emotiva degli spettatori nei confronti di questo sorprendente lungometraggio d’animazione è stata particolarmente forte, appassionata, decisa. Lo dimostrano persino, per quanto isolati, certi spunti polemici. Ma più sono stati più in generale un condiviso Sense of Wonder e la comprensione della profondità dell’opera da parte dei più a modellare interventi e domande. Partendo da ciò, abbiamo voluto riprendere successivamente alcuni tra i discorsi più pregnanti con lo stesso Mattia De Pascali, autore della sceneggiatura, nonché in precedenza regista di altri film indipendenti dotati di originalità e spessore….
D: Cominciamo parlando di Stranotrofio, ovviamente: come è stato lavorare con Alberto Genovese? E avevi già avuto modo di interagire, come sceneggiatore, con chi fa animazione?
Mattia De Pascali: In passato mi era capitato di scrivere sceneggiature per cortometraggi d’animazione, che non si erano poi realizzati. La prima esperienza giunta a termine è stata il lungo Resurrection Corporation, mia prima collaborazione con Alberto. Tra questo film e il successivo, ossia Stranotrofio, c’è stata una differenza di approccio notevole. Quando Alberto mi contattò la prima volta, mi propose uno spunto per l’incipit del film e alcune suggestioni. Buttai giù una storia e gliela sottoposi. Da lì iniziammo a lavorare con una metodologia tipica della serialità: io scrivevo un blocco (di, all’incirca, dieci pagine), lui creava l’animazione, me la sottoponeva e, solo dopo, avanzavo con la sceneggiatura, partendo non da cosa avevo precedentemente scritto ma da ciò che era stato effettivamente animato. Ovviamente, c’era sempre il soggetto iniziale a fare da bussola. Al termine di questa lunga lavorazione (parliamo di anni), siamo tornati indietro per rivedere i testi e le immagini; in pratica, la seconda stesura è stata realizzata con una prima versione del film già completa. Con Stranotrofio, invece, Alberto mi ha inviato il pitch per una serie animata. All’interno della presentazione erano contenute le sinossi dei sei episodi. Ho preparato una scaletta, aggiungendo e sottraendo pochi elementi, e ho scritto la sceneggiatura per un lungometraggio. Terminato il lavoro di scrittura, si è partito con quello di animazione e ci si è riconfrontati un’ultima volta prima dell’export definitivo. Sicuramente è stata una procedura meno faticosa.
D: Il plot del vostro film è pieno di citazioni, suggestioni, ambientazioni, che possono solleticare la fantasia dei cinefili. Quali sono state le vostre principali fonti di ispirazione?
Mattia De Pascali: A questa domanda mi sarebbe più facile rispondere se si stesse parlando di Resurrection Corporation, sia perché là (avendo firmato il soggetto) conoscevo bene gli spunti di partenza ma soprattutto perché, fin dalle prime conversazioni, Alberto mi raccontava di volere omaggiare l’espressionismo tedesco, gli horror classici della Universal, Poe e i suoi adattamenti di Corman. Con Stranotrofio mi ha più semplicemente presentato una trama. Forse avremo anche parlato di suggestioni e citazioni ma erano certamente meno centrali rispetto al racconto, e quindi non ne serbo memoria; anche perché, nella mia filosofia, ogni omaggio dovrebbe essere inconscio: se amo davvero qualcosa, entrerà nel mio immaginario per riemergere senza che io ne sia subito consapevole. Discorso diverso per il tema trattato, ho necessità di avere ben chiaro di cosa sto parlando, anche se in chiave metaforica. Stranotrofio, per esempio, è figlio di questi anni bui.
D: Parlaci però anche dei tuoi lavori come regista. A quali sei maggiormente legato?
Mattia De Pascali: La lavorazione di un film occupa sempre una grande fetta della tua vita ed è inevitabile che ti segni. Durante le riprese di quello d’esordio, McBetter, persi dieci chili in dieci giorni. Sicuramente tra i tre è la produzione più naif ma anche quella che, nonostante le fatiche e i dolori, mi ha lasciato i ricordi più gioiosi. Era tutto abbastanza assurdo. Il tuo sepolcro… la nostra alcova (o Beyond the Omega, come si trova su Prime Video) è stata un’altra esperienza unica. Difficilmente, da indipendente, mi ricapiterà di spostarmi in un’altra regione per girare un film. Difficilmente, girerò un altro film così estremo. L’ultimo, Le Terre Incolte (che all’estero è già stato distribuito, con il titolo The Forbidden Lands), è stato un progetto assai ambizioso. Durante lo spoglio della sceneggiatura, un collaboratore notò: “Neanche le grosse produzioni hanno così tante location”. Gli risposi che era voluto e necessario, avremmo realizzato il kolossal dei low-budget. Dopo i precedenti film, sentivo la necessità di allontanarmi dai limiti delle produzioni underground: pochi attori in un ambiente, rigorosamente interno. Perciò mi sono buttato in un’altra esperienza che non rifarò mai più, senza un’abbondante copertura finanziaria. A fine lavorazione mi sono guardato allo specchio e mi sono visto tremendamente invecchiato.
D: Che rapporto hai, più in generale, con il cinema di genere? L’impressione è che sia più nelle tue corde, quando vi si possono inserire elementi di critica sociale…
Mattia De Pascali: Quando racconti una storia, lo fai da una prospettiva e quindi, inevitabilmente, traspare il tuo punto di vista. Motivo per cui non si può non comunicare: la tua visione del mondo è là, sotto gli occhi di tutti. “Volevo solo fare un film, non volevo dire niente” può anche essere vero, nel senso che il regista ha agito senza dolo ma ciò non cancella il messaggio. Quindi, tanto vale, essere più responsabili. Che non significa, di conseguenza, realizzare film didascalici. Ed è il motivo per cui preferisco il cinema di genere. L’altro, quello d’autore, è spesso più esplicito sull’argomento trattato e rischia di essere guardato solo da un pubblico che già la pensa come chi lo ha firmato. I film horror, fantascientifici e simili sembrano volere solo intrattenere, il pubblico li sceglie per la trama e non attiva automaticamente delle barriere ideologiche su temi sensibili. Per questo si può creare un dialogo migliore.
D: Per un film-maker come te la Puglia quali opportunità offre al momento? E comunque come valuti il rapporto del nostro paese col cinema indipendente?
Mattia De Pascali: La prima domanda me l’ero posta già diversi anni fa e ne venne fuori un libro, Multisala Salento. Come fare film sotto il sole con pochi soldi e a stento. Da allora, il 2012, la situazione si è evoluta ma, di fatto, le tante produzioni giunte nella mia regione per girare film usufruendo degli aiuti dell’Apulia Film Commission non hanno incrementato le possibilità per i registi autoctoni. Il grosso delle case di produzione resta nella capitale e vivere così lontano non è certo d’aiuto per un regista. Quindi, spesso, quella dell’indipendenza resta l’unica strada percorribile. Venendo al secondo punto, credo che in Italia si sia restii ad accettare che si possono realizzare film anche senza finanziamenti pubblici. Questo obbligherebbe tutti a rimodulare i propri cachet, perché se non è lo Stato a pagare allora bisogna farsi i conti sugli introiti reali. Capisco che è difficile avere un approccio onesto alla questione per chi ha goduto per decenni del privilegio di guadagnare senza vendere.
D: Per finire, quanto ti senti legato a una realtà come eXtramondi?
Mattia De Pascali: Molto. Su quattro edizioni, sono mancato solamente a una. È il genere di evento che preferisco, ha la dimensione giusta per essere prima di tutto un luogo d’incontro. Non vai a eXtramondi solo per presentare il tuo lavoro ma sei lì soprattutto per dialogare con la critica, con il pubblico e con i colleghi. È un’attività nutriente. In più ho anche un debito artistico verso la rassegna e il suo curatore, Matteo Scarfò. Infatti, protagonista del mio romanzo dal titolo chilometrico (Resoconto probabile ma non certissimo su un’amicizia fragile e sul mistero che avvolse la fine di un amore) è un uomo che si sottopone a un intervento chirurgico per aumentare la propria altezza, avere optato per una clinica a basso costo non si rivela una scelta saggia perché, invece delle gambe, gli viene allungata la testa. Lo spunto iniziale per questa figura grottesca arrivò proprio dalla sigla di una delle edizioni di eXtramondi dove l’attore Andrea Lupia recitava con una protesi che gli aumentava a dismisura la calotta cranica. Dunque, grazie Matteo Scarfò!
Stefano Coccia









