Home Speciali Interviste Intervista a Giglia Marra

Intervista a Giglia Marra

2
0

Intervista all’attrice Giglia Marra, co-protagonista di The Nameless Ballad

La presentazione in anteprima italiana alla 24esima edizione del Ravenna Nightmare Film Fest a poche settimane dall’uscita nelle sale di The Nameless Ballad, ultima fatica dietro la macchina da presa di Federico Zampaglione, ci ha dato la possibilità di incontrare e rivolgere qualche domanda all’attrice che nella pellicola del regista e cantautore romano interpreta il ruolo di Imma Rubino, una donna dei primi del Novecento lacerata dal senso di colpa e dall’impossibilità di diventare una musicista. L’abbiamo intervistata a poche ore dalla proiezione romagnola e abbiamo colto l’occasione per parlare del film, del suo approccio al personaggio e del suo modo di vivere la recitazione.

D: In The Nameless Ballad si parla di quella sottile linea che separa la passione e la gioia di fare musica dall’ossessione. Quando secondo te si oltrepassa questa soglia? È capitato che la recitazione diventasse per te un’ossessione e se lo è ancora oggi?
Giglia Marra: In generale ritengo che l’ossessione faccia parte della passione, specialmente quando hai il fuoco dentro e il desiderio fortissimo di esprimerti. Nel film interpreto una donna nata nei primi anni del Novecento a cui è stata negata la possibilità di esprimersi, di fare musica, di suonare il pianoforte. Lei infatti è costretta a suonare il pianoforte di nascosto, mentre al contrario il personaggio del protagonista, Sam Gallo, lo può fare alla luce del sole, ma è disperato perché non riesce a trovare l’ispirazione. Per entrambi la musica è e rappresenta una vera e propria ossessione, una di quelle che ti può tormentare e logorare dentro. Personalmente come attrice in passato ho vissuto l’ossessione della perfezione quando studiavo un personaggio, soprattutto durante i primi anni di scuola di recitazione.

D: Dato che la musica ha un ruolo centrale nel film, quanto l’essere stata diretta da un regista che è anche un musicista è servito a te per interpretare il personaggio e dargli più verità e credibilità?
G.M: Sicuramente è stato un contributo importante, un binomio che mi ha aiutata molto nella fase di preparazione e nell’interpretare un personaggio che in diverse scene suona appunto il pianoforte. Con Federico ne abbiamo uno in casa, il ché ha reso più facile per me avere un rapporto con questo strumento meraviglioso. Nel periodo di avvicinamento alle riprese ho ascoltato tantissima musica classica. In più ho preso delle lezioni di piano con un’insegnante bravissima, perché volevo studiare la postura di un pianista e il corretto movimento delle mani.

D: Imma Rubino, la donna che interpreti nella pellicola, vive nel senso di colpa per quello che le è accaduto. Dove sei andata a ricercare quelle corde per entrare da un punto di vista di attrice in contatto con quella condizione e con quel dolore?
G.M: Nel periodo che ha preceduto le riprese mi sono isolata da tutto e da tutti: uscivo lo stretto necessario e frequentavo pochissime persone, proprio perché volevo entrare in contatto con i miei demoni e con quelli del personaggio.Studiavo soprattutto di notte perché di notte avevo il giusto silenzio e non avevo distrazioni. È stata una ricerca molto interessante che mi ha portata a scoprire dei lati oscuri di me che non conoscevo e che rimangono miei come persona e attrice perché si tratta di esperienze molto intime che hanno incontrato il dolore del mio personaggio. Poi in quel periodo sono anche dimagrita tanto perché Federico voleva che quella di Imma fosse una figura molto magra ed esile. Ricordo che ero molto nervosa perché mangiavo poco e non aveva tanto tempo a disposizione per perdere peso. Alla fine di kg ne ho persi 8. In generale è stato un personaggio che mi ha veramente messo alla prova non solo emotivamente, ma anche fisicamente.

D: Per quanto concerne la preparazione di Imma Rubino hai parlato delle lezioni di pianoforte, dell’isolamento dal mondo circostante e del lavoro sul corpo, ma c’è nel percorso di avvicinamento e di costruzione dei personaggi un lei-motiv, un elemento ricorrente o un modus operandi che caratterizza questa delicata fase?
G.M: Non c’è uno schema predefinito perché ogni personaggio richiede un approccio differente. Per quello della Rubino ad esempio ho iniziato a lavorare prima dal e sul corpo, ma anche dal tono della voce. Quest’ultimo in particolare è stato molto importante ai fini narrativi e drammaturgici, perché il film presenta tutta una parte diaristica narrata fuori campo molto complessa e delicata che la riguarda. Quella parte richiedeva una voce molto intima che non mi apparteneva, che prima che dalla bocca arrivava diritta dalla pancia e dalle viscere. Per riuscire a trovarla mi sono voluta mettere in contatto con la parte più cupa della mia anima e farla incontrare con l’anima della Imma.

D: Cosa ti auguri e speri che arrivi del film al pubblico?
G.M: Spero con tutto il cuore che oltre ai messaggi che il film vuole veicolare, al pubblico arrivi anche il grandissimo lavoro che c’è dietro e che abbiamo fatto tutti quanti, dalla scrittura all’interpretazione, passando per il trucco. Io ad esempio passavo dalle tre alle quattro ore di trucco al giorno prima di girare per arrivare a dare corpo alle mutazioni fisiche del personaggio. Ma spero che arrivi anche la poesia e l’orrore che convivono nella storia narrata, come si possono fondere insieme, perché The Nameless Ballad è sicuramente un film del terrore, però è anche un film molto psicologico che può mettere in discussione non soltanto chi come me fa l’artista, ma chiunque.

D: Nei film di Federico Zampaglione, la violenza si manifesta sotto forme diverse e con differenze graduazioni, passando da quella più esplicita ed efferata a quella psicologica come nel caso di The Nameless Ballad. Quando secondo te la violenza oltrepassa il confine e diventa pornografia e spettacolarizzazione gratuita della sofferenza?
G.M: Con tutta sincerità penso che la realtà sia più violenta dei film dell’orrore. L’horror a mio avviso non riesce a oltrepassare la realtà nel senso che questa fa molto più paura. A me spaventa di più accendere la tv e sentire un telegiornale o leggere delle notizie di cronaca che vedere una pellicola appartenente al suddetto genere. L‘horror richiama alla mente e fa leva sulle paure e le inquietudini dell’animo umano, invece nella realtà l’orrore, la violenza, il dolore, la sopraffazione e la sofferenza le vivi veramente nel quotidiano, direttamente e indirettamente.

D: Pensando al periodo storico che stiamo vivendo, alle cose che sono accadute e che stanno accadendo, ti senti più libera come artista o come donna?
Quello che stiamo vivendo è un momento storico difficile per tutti. Personalmente vorrei sentirmi più libera come artista così da potermi esprimere e dire la mia su ciò che vedo e sento giornalmente. Mi rendo conto che non è così in Italia come in tutte le altre parti del mondo, perché in generale non c’è questa libertà. Ripensando alla Imma Rubino di The Nameless Ballad la cosa che soffriva di più, oltre al peso di essere una donna nella società dell’epoca, era di non poter essere una musicista. Era costretta a coltivare la sua passione clandestinamente, suonando il pianoforte di nascosto e lontano dagli occhi e dalle orecchie di tutti. Segretezza, questa, che sarà anche la causa dell’altra grande perdita e sofferenza che dovrà suo malgrado affrontare e con le quali si troverà a fare i conti, con il profondo senso di colpa che ne deriva. In lei c’è la memoria di tutte le donne che avrebbero voluto essere libere di fare ciò più volevano e desideravano, ma che conducevano una vita castigata, in una realtà che non piaceva loro.

D: Ti senti l’attrice che avresti voluto essere?
G.M: Beh vorrei essere e fare sempre di più, però sono contenta e soddisfatta del percorso artistico fatto sino a questo momento. Prendo tutto quello che arriva e cerco di non avere grosse aspettative, Magari come attrice posso desiderare di fare molti più film, non solo in Italia ma anche all’estero, oltre che interpretare personaggi con sfaccettature e mondi diversi che mi permettano di mettere ulteriormente in risalto la mie doti, tra cui la versatilità.

D: The Nameless Ballad è anche un film che parla proprio del peso delle aspettative, le proprie e quelle alle quali si può essere soggetti. Ne hai mai percepite su di te e sul tuo essere attrice?
G.M: Assolutamente si. Avverto che c’è molta pressione, però cerco di tenerla a bada e di tenere le mie radici ben piantate a terra. A volte le aspettative possono portare a una delusione e a delle reazioni esasperate, per nulla costruttive e sane. Motivo per cui cerco di mantenere la calma, la serenità e la concentrazione, così da prepararmi e preparare al meglio il personaggio di turno e dare sempre il massimo.

D: A proposito di radici, mi riferisco alle origini. Le tue sono profondamente legate al Sud e al Meridione. La Puglia dove sei nata e dalla quale provieni è una terra ricca di tradizioni e l’immaginario le chiama spesso in causa. Come, quando e se le porti nella costruzione dei personaggi?
G.M: Credo che le radici siano molto importanti e che costituiscano una fonte continua dalla quale attingere. Poi noi del Sud siamo pieni di tradizioni. Personalmente le ho vissute tutte, per esempio mia nonna è una Tarantolata e io sono figlia della Pizzica. Queste cose mi hanno arricchito come donna e artista. Le ho fatte mie e ce le ho sempre nella valigia perché all’occorrenza ci sono e mi aiutano nel mio mestiere di attrice.

Francesco Del Grosso

Credits foto cover: fotografo Andrea Ciccalè, make up hair Eleonora Mantovani, stylist Lorita Marra, brand vestiti Marsem

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

nove − 7 =