Intervista a Hanna Slak

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Per un cinema d’impegno civile

Hanna Slak è venuta a Roma a presentare il suo ultimo film Il segreto della miniera. Al termine della proiezione, abbiamo incontrato a tu per tu la regista slovena che ci ha raccontato alcuni retroscena sul processo di creazione del film, illustrandocene il significato.

D: Come definirebbe il suo film Il segreto della miniera?
Hanna Slak: E’ un film di oggi, che serve per aiutarci a capire cos’è successo in passato. Il fatto che molti cittadini bosniaci siano stati cancellati definitivamente dai registri nel dopoguerra è una motivazione forte che mi ha spinto ha creare questo film. Volevo ridare voce a quelle persone che, ancora oggi, faticano a sopravvivere nei Balcani del dopoguerra. Questa forte volontà è anche una delle motivazioni che ha spinto Amnesty International a sponsorizzare e produrre il mio film. Questo film ridà voce a coloro che non l’hanno avuto prima e non ce l’hanno tutt’ora.

D: Qual è lo scopo che aveva in mente per questo film?
H.S.: L’idea era quella di ricreare una voce terza che potesse raccontare ciò che è successo in quella miniera maledetta. Ho voluto fare in modo che il film si occupasse di non prendere una decisa posizione politica al riguardo. Volevo che fosse il personaggio a farlo. Mehmedalija Alic ha personalmente insistito che il suo personaggio nel film avesse lo stesso linguaggio della persona stessa. Voleva cioè che scovasse quei tiranni che ritengono la verità scomoda e pertanto fanno di tutto per tenerla nascosta. In questo film ho dovuto però sottolineare come a nascondere questa bruciante verità siano stati sia la politica, sia i giovani. L’arroganza dei tiranni era una delle materie che volevo più tirar fuori da questo film. Infatti per questo in Slovenia il film ha scaldato un po’ gli animi. Significa che il messaggio è passato e il film ha raggiunto il suo scopo.

D: Mi parli del suo incontro con Mehmedalija Alic?
H.S.: Ho incontrato Mehmedalija diversi anni fa (non specifica). Lo incontrai proprio a casa sua. Viveva in un posto non proprio bellissimo, ho capito subito che quella storia non lo aveva aiutato ma anzi, gli si era rivoltata contro. In effetti lui era l’uomo che aveva fatto emergere quel segreto fin troppo dimenticato che nessuno voleva far rivivere. In principio, non sapevo proprio come avrei potuto gestire la storia, ma poi, grazie proprio al “minatore”, sono riuscito a creare una storia che potesse dare un contributo importante alla sua causa. Di lui, sin da subito, mi hanno colpito la sua onestà, la sua forza di volontà, il suo senso di giustizia e la sua forte voglia di non smettere di lottare affinché questo segreto emerga alla luce della verità.

D: C’è una sequenza in cui il protagonista è ad un passo dal far emergere il segreto prima di venire però fermato. Vorrei sapere qual è il significato di quella specifica sequenza?
H.S.: La scena che lei cita è molto interessante. Per me però non è la soluzione finale del film. Non è il singolo uomo che doveva far emergere il segreto. Io speravo che a far emergere tutto fosse la massa e non il singolo. Vorrei sottolineare anche che quella scena è totalmente inventata. Mehmedalija in realtà non è mai stato arrestato. Si tratta di una scena di rabbia, di distruzione, struggente che ho voluto aggiungere io al fine di rendere il film più drammatico. Girando quella sequenza ho commesso anche un errore tecnico al quale ho dovuto rimediare. Volevo girare la sequenza con un leggero slow motion per aumentare la suspense. Ma, in fase di montaggio, mi sono resa conto di aver sbagliato perché lo slow motion non era adatto per raccontare quello che avevo in mente. Questo per ricollegarmi a quanto detto prima. Se avessi lasciato che Alic portasse fuori le prove raccolte nella miniera, il film si sarebbe chiuso lì. Invece ho voluto prolungarlo affinché il racconto diventasse ancora più drammatico. Questa sequenza peraltro si ricollega perfettamente con la sequenza finale che la ritengo veramente molto molto bella.

D: Parlando ad un pubblico giovanile, quale messaggio vorrebbe far passare tramite questo film?
H.S.: Io credo che il messaggio del film sia “rimanere fedele alla propria etica e (testuali parole) “si fotta” il capitalismo liberista”. Sicuramente è importante restare vicini a quello che proviamo e che riteniamo giusto o sbagliato. Saper distinguere la propria etica interiore e saper riconoscere quando una cosa è giusta o sbagliata.

D: Che progetti ha per il futuro?
H.S.: Sto lavorando su un nuovo film in Germania. Il titolo è “Not a word” (Nessuna parola), ed è la storia di un rapporto tra una madre direttrice d’orchestra e il figlio dodicenne. E’ un momento particolare nella vita del ragazzo che inizia ad affacciarsi al mondo ma la madre è troppo concentrata sulle prove con l’orchestra. Il rapporto tra i due ne risente inevitabilmente. In seguito però i due finalmente si ricongiungeranno e chiariranno il loro rapporto.

Stefano Berardo

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