The Guest

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7.0 Awesome
  • voto 7

Il Diavolo custode

In The Guest di Adam Wingard, presentato nella sezione After Hours della 32esima edizione del Torino Film Festival, lo spirito del cinema carpentierano (il reduce, l’intruso e la festa di Halloween) si fonde con la testosteronica e cervellotica saga alla Bourne, dando origine a una successione di scene dove il sangue e i proiettili sono gli ingredienti principali del menù. Il plot ci porta al seguito di David, un soldato in congedo, che bussa alla porta dei Peterson, la famiglia di un suo commilitone morto in battaglia, del quale dice di essere stato molto amico. Il giovane viene accolto in casa, e si mostra un ospite modello: amichevole e volenteroso, conquista i cuori dei Peterson, ancora segnati dalla recente scomparsa. Una serie di misteriosi omicidi, iniziata proprio col suo arrivo, farà però sorgere dubbi su di lui e su quello che potrebbe nascondere.
Una trama piuttosto comune, dalla quale si evince una carenza evidente di originalità e una sensazione molto forte di già visto. E non bisogna andare più di tanto in là nel tempo per imbattersi in qualcosa di simile, ossia quel No Good Deed con il quale Sam Miller ha recentemente fatto un bel buco nell’acqua. Lì, colui che sembrava un perfetto gentiluomo, una volta entrato nella casa di una famiglia che lo ha accolto dopo essere rimasto in panne con l’automobile, si trasforma in un criminale psicopatico che terrorizza gli abitanti dell’abitazione. Analogie a parte, le differenze per quanto concerne gli esiti sono per fortuna davanti agli occhi di tutti, con The Guest che a conti fatti si rivela più efficace sia narrativamente sia stilisticamente.
Normalmente, se da una parte lo spettatore si misura con una narrazione ibrida, dall’altra l’inevitabile ricorso agli elementi caratteristici di ciascuno dei generi chiamati in causa può determinare tanto una saturazione nell’architettura del racconto, quanto una prevedibilità nella successione degli eventi nell’arco del racconto stesso. Nonostante la pellicola di Wingard non sia estranea a certi imprevisti e a una serie di facili soluzioni dal punto di vista drammaturgico, tuttavia ciò che transita sul grande schermo è un prodotto di intrattenimento di buon livello, in grado di assecondare le esigenze e i gusti di una platea eterogenea, alternando a forti dosi di mistery anche sequenze d’azione di ottima fattura (l’irruzione della SWAT e l’epilogo nel college).
Qui suggestioni orrifiche sotterranee e inquietanti scorrono nei frame e tra le pagine dello script. Suggestioni, queste, destinate a rimanere impresse sino all’ultimo fotogramma utile nel dna drammaturgico di un film che, come un camaleonte, cambia improvvisamente pelle, passando in rapida successione dal classico horror all’action movie, passando per il thriller in odore di spy story. Una pratica, quella della commistione dei generi, alla quale il regista americano ci ha abituato sin dagli esordi nel lungometraggio con la commedia horror Home Sick e il thriller soprannaturale Pop Skull.
Il risultato è una storia cangiante, dove i cambi di registro e di colore sono all’ordine del giorno e i colpi di scena non tardano ad arrivare. Ciò consente al film di rinnovarsi continuamente e di non perdere mai l’attenzione dello spettatore, anche grazie alle performance davanti la macchina da presa di attori come Dan Stevens (David), Maika Monroe (Anna Peterson), Brendan Meyer (Luke Peterson) e Sheila Kelley (Laura Peterson), ai più sconosciuti, ma meritevoli di future attenzioni.

Francesco Del Grosso

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