Incontro con Liv Ullmann

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Liv Ullmann: «l’Arte è qualcosa di cui non possiamo fare a meno»
Incontro con l’attrice e regista norvegese alla 36esima edizione del Bergamo Film Meeting

L’edizione 2018 della kermesse bergamasca dal respiro internazionale è stata contrassegnata dalla presenza affascinante di colei che è stata soprannominata “l’angelo norvegese”. L’artista, classe ’38, continua a comunicare una carica calamitante e un’energia umana e artistica non indifferenti.
Passata alla storia come la musa ispiratrice di Ingmar Bergman, ha conquistato il pubblico più recente nelle vesti di regista dirigendo l’adattamento cinematografico di Miss Julie con protagonisti Jessica Chastain, Colin Farrell e Samantha Morton.
A conclusione della personale che la direzione del Bergamo Film Meeting ha dedicato a Liv Ullmann, nella cornice dello Spazio Viterbi del Palazzo della Provincia si è svolto un incontro stampa in cui l’attrice ha ripercorso alcune tappe fondamentali della propria carriera, riconoscendo e rivendicando l’importanza dell’Arte oggi.

D: Persona è il film dove tutto è iniziato. Potrebbe offrirci un ricordo di quell’esperienza e com’è stato scoprire col tempo che quell’opera è diventata un monumento della storia del cinema?

Liv Ullmann: Come attrice professionista ho cominciato sette anni prima. Senz’altro Persona ha cambiato la mia vita, e, ancor più adesso che mi avvicino agli ottant’anni, comincio la giornata con un grazie.
L’Arte è veramente il modo con cui dobbiamo andare avanti poiché, come direbbe Bergman, «c’è una realtà oltre la realtà e risiede nell’anima». Questi raccontava che da piccolo sua nonna gli raccontava delle storie sulla bellezza dell’universo, parlando anche di una destinazione ignota e per tutta la mia vita, nei miei film, l’ho sempre cercata.

D: Lei ha affermato di aver rappresentato la versione femminile del cineasta scandinavo. Potrebbe approfondire questo concetto?

L.U.: Non ce lo siamo mai detti, però è un sentimento che ho avvertito. Soprattutto in Persona in cui non avevo battute, ho riconosciuto che stessi interpretando, in qualche modo, il punto a cui Bergman era arrivato in quel momento (era impaurito, appunto silenzioso, quasi asociale) dando voce alla sua anima. Amava guardare e far parlare le donne, sento che soprattutto nei primi quattro film parlavo per lui e se non fosse così, spero che lui mi scusi.

D: Durante le lavorazioni dei film, l’aspetto visivo o il copione subivano delle modifiche?

L.U.: Non ha mai cambiato neanche una parola della sceneggiatura e noi attori ci siamo sempre adeguati a questo suo approccio, l’unica ad averlo interrogato a riguardo è stata Ingrid Bergman, la quale, alla fine, è stata costretta a cedere. Ha mutato degli elementi al montaggio e ciò è avvenuto anche in Persona. Bergman ci teneva tantissimo a essere conosciuto e riconosciuto come scrittore, ma ciò non era arrivato molto mentre era in vita; adesso si sta cogliendo maggiormente essendo stati anche pubblicati i testi teatrali e i diari di lavorazione.
Ne L’infedele, girato da me, ma scritto da Ingmar, viene narrata la storia di un uomo il quale non riesce a perdonarsi di aver lasciato una donna, facendola soffrire. Gli chiesi di poter aggiungere una parola di perdono, ma non me lo permise e quindi trovai l’escamotage trasformando la prospettiva. Il giovane protagonista, infatti, racconta la vicenda a un se stesso più anziano; quest’ultimo, appreso ciò che ha fatto, guarda il giovane e gli porge una carezza. Con questo gesto non sono intervenuta sulle parole, ma al contempo ho fatto questo accenno di perdono.

D: Signora Ulmann, lei ha lavorato anche in Italia. Qual è stato il suo rapporto con Bolognini e Monicelli?

L. U.: Bellissimo, mi hanno fatto sentire in famiglia e cosa fosse il cinema italiano, che avevo imparato ad amare sin da bambina con De Sica, e loro erano della medesima caratura.
Ci sono tanti aneddoti che potrei raccontare. Durante le riprese a Roma del film di Monicelli, Speriamo che sia femmina (1985), mi sono sposata col mio attuale marito e Mario mi prestò il costumista per l’abito da sposa verde – dato che non si trattava del primo matrimonio.
Mentre è stato meraviglioso recitare in Mosca addio (1986) il ruolo di questa donna, che ho conosciuto davvero, la quale lascia la Russia per andare fino a Gerusalemme. Bolognini aveva delle convinzioni politiche chiarissime e mi ha insegnato che il silenzio è qualcosa di negativo quando il mondo è pervaso dall’odio, bisogna rispondere con conoscenza e comprensione. Nella stessa cinematografia bergmaniana c’è un aspetto che non tutti hanno colto poiché si fermavano più alla cupezza, mi riferisco a come lui sapesse mettere a fuoco la responsabilità dell’essere umano di non dover essere freddo nei confronti di chi lo circonda. Ognuno di noi è in continua ricerca dell’affetto altrui

D: Rimanendo nell’ambito, lei ha messo in scena spesso le relazioni amorose. A quest’età cos’ha compreso dell’amore di coppia?

L.U.: È molto difficile dare una risposta. L’amore è forse quella destinazione sconosciuta che tutti noi cerchiamo: essere accettati nel mondo per chi e come siamo. Nella nostra contemporaneità constatiamo quest’enorme differenza tra le persone privilegiate e quelle che sono costrette a fuggire da situazioni pericolose.

D: Esiste un ruolo di cui ha fatto fatica a scrollarsi di dosso?

L.U.: Non porto fuori dal set i miei personaggi anche perché non li reputo tali. Io sono me stessa quando giro, tutto viene dalla mia anima e talvolta ho trovato in me qualcosa di cui non avevo consapevolezza. Sono una persona che vive di sentimenti e questo non sempre è positivo soprattutto per quel che concerne il rapporto con gli altri.
Per citare un esempio, nel film Passione c’è questo lunghissimo primo piano con un monologo sulla morte del marito e del figlio della protagonista, avvenuta in un incidente. Io volevo che lei dicesse la verità e ne ero convinta, mentre per Bergman la protagonista stava mentendo. Mentre recitavo, la verità è emersa dall’interno: sono arrossita e questo è stato un sintomo di come lei effettivamente stesse mentendo.
Questa è la magia dell’arte, è qualcosa di cui non possiamo fare a meno, con essa sI possono fare dei miracoli di cui neanche abbiamo idea.

Maria Lucia Tangorra

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