Incontro con i fratelli Dardenne

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A colloquio con gli autori di un cinema “morale”

È in sala da giovedì 27 ottobre l’ultima fatica dei fratelli Dardenne, La ragazza senza nome. Abbiamo avuto la preziosa occasione di incontrare e intervistare i due cineasti dalla poetica così ben definita, eppure sempre in evoluzione e con un mondo tutto da raccontare. A loro la parola.

D: La protagonista del vostro ultimo lavoro, Jenny Davin (Adèle Haenel), dice all’inizio allo stagista: “non farsi sopraffare dalle emozioni non vuol dire essere disumani”. Pensando anche alla vostra filmografia, potremo dire che è il vostro motto nella filosofia cinematografica e di vita?
Luc Dardenne: Riteniamo che ci vogliano entrambi gli aspetti. Per noi l’importante è stare nell’emozione del personaggio creando un rapporto di empatia, questo si traduce anche nel nostro modo di filmare i protagonisti sempre alla loro stessa altezza. Non è mai uno sguardo dall’alto verso il basso né c’è il tentativo di manovrarli. La storia si sviluppa all’altezza del personaggio perché questo è l’unico modo per renderlo protagonista della propria vicenda e perché possa sorprendere con il suo comportamento. I nostri personaggi non sono al servizio della storia o asserviti ad essa. Facendo così anche gli spettatori, a volte, possono mettersi nei loro panni. Al tempo stesso può accadere che, per via di una serie di elementi filmici come la fotografia, il pubblico divaghi con lo sguardo, si allontani e poi si riavvicini al personaggio.
D: Cosa vi ha ispirato per il soggetto?
Jean-Pierre Dardenne: La fonte è stata il personaggio del medico che avevamo in mente da alcuni anni, ma non sapevamo quale tipo di storia raccontare. Poi abbiamo cominciato a immaginare un campanello che suona, una porta che non viene aperta e una ragazza, senza documenti e clandestina, che viene trovata morta l’indomani vicino a un corso d’acqua. Se la storia si è costruita nella nostra mente in questo modo, credo che non sia scevra dall’attualità che stiamo vivendo, con le ondate di immigrati e l’Europa che non apre le porte per accoglierli. Tante donne e uomini senza identità né nome che muoiono senza lasciare traccia del loro percorso sulla terra. Potremmo dire che certo, da un lato il personaggio è un’idea che abbiamo avuto, ma dall’altro ci hanno ispirato i tempi che stiamo vivendo. Venti anni fa non avremmo pensato a questa storia.
D: Spesso nei vostri lavori ci sono ambientazioni in provincia, storie di personaggi ora ipocriti ora violenti. Tutto ciò si ritrova ad esempio in Georges Simenon, originario anche lui di Liegi. Vi siete mai fatti influenzare da fonti letterarie o cinematografiche?
Luc Dardenne: Certamente anche le storie di Simenon sono ambientate talvolta nell’hinterland di Liegi come ad esempio le vicende che vedono coinvolto il Commissario Maigret, ma non ci siamo fatti suggestionare da lui. La nostra Jenny è un medico in tutti i suoi gesti e nel modo di condurre l’indagine, il suo relazionarsi con gli altri passa attraverso un contatto fisico, dal prendere polso all’auscultare del torace. Tutto ciò è vincolato al segreto professionale, questo fa sì che le persone arrivino a dire la verità perché lei invita al dialogo, mostrandosi come non giudicante, come fa un sacerdote cattolico. Ci siamo messi nei panni e affianco ai personaggi che arrivano a confessare quello che sanno perché Jenny rende gli altri partecipi del senso di colpa che la muove nell’indagare. Un poliziotto non si sentirebbe minimamente in colpa, ma avvertirebbe soltanto il dovere di trovare il colpevole.
D: Com’è stato lavorare con Adèle Haenel, piena protagonista del film?
Jean-Pierre Dardenne: È stata una bella esperienza di lavoro. Se non avessimo incontrato Adèle probabilmente non ci sarebbe stato il film perché la sceneggiatura c’era, era già nero su bianco con questo titolo, ma non riuscivamo a trovare lo sviluppo giusto per questa storia. L’abbiamo incontrata per caso e siamo rimasti subito colpiti dall’innocenza che traspare dal suo sguardo e
abbiamo capito che avevamo trovato la nostra Jenny, originariamente pensata più avanti negli anni. Nell’espressività di Adèle non c’è nessun intento di strategia o calcolo, ma una purezza che spinge gli altri ad aprirsi.
D: La scelta che Jenny compie è forte rispetto alla propria carriera, stupisce molto se la si considera in relazione ai tempi che stiamo vivendo…
Luc Dardenne: È un po’ il centro della questione. Lei è una specie di pazza, attraversa un momento di follia perché c’è un’altra persona che abita la sua mente. Lei si sente obbligata a rispondere a questo richiamo che sente da parte della ragazza senza nome. È sicuramente un personaggio molto singolare. Forse il motivo per cui arriva oggi un ruolo così, attraverso un film dei Dardenne, ma poteva arrivare anche in un’altra forma, è perché viviamo in una società talmente chiusa e cinica che emergono delle personalità estreme in netto contrasto con un conformismo diffuso e generalizzato tanto che appaiono queste figure di “santi laici” che sono abitati da qualche cosa e si chiamano fuori dalla società. Un esempio molto vicino a voi è la sindaca di Lampedusa.
D: Rispetto alla versione mostrata all’ultimo Festival di Cannes avete deciso di presentarla al pubblico in sala con alcuni minuti in meno… Cosa vi ha portato a questa decisione?
Jean-Pierre Dardenne: Abbiamo tolto sette minuti e mezzo per un totale di trentadue tagli. Già prima di andare al festival esitavamo su una scena in particolare. Poi il film è stato presentato alla kermesse, ci sono state alcune reazioni più o meno positive e alcuni amici critici ci hanno detto che forse c’era un problema di ritmo. Quando siamo tornati in Belgio abbiamo contattato la montatrice (Valène Leroy, nda) per togliere quel pezzo di scena su cui già eravamo perplessi. In sala montaggio, poi, lei ci ha suggerito di rivedere dei punti per cui in sei ore abbiamo ripreso tutto il film, sforbiciando qua e là, a volte all’inizio, ora in mezzo, ora alla fine di una sequenza. È stato molto difficile trovare l’equilibrio necessario tra l’ossessione che la dottoressa Jenny sviluppa nei confronti di questa ragazza senza nome che la spinge, sotto il senso di colpa che prova, a condurre una vera e propria indagine per risalire all’identità della giovane. Dall’altro il fatto che lei continua nella sua pratica medica e quindi la sua vita quotidiana. Era molto delicato bilanciare questi due aspetti e ci siamo resi conto, dopo questa giornata trascorsa in sala di montaggio, che siamo riusciti a ricentrare il film consentendo allo spettatore di essere molto più nella testa della dottoressa Jenny e meno all’aspetto cronachistico del plot. Probabilmente era proprio quest’ultimo elemento a creare una sproporzione nella versione di Cannes.
Crediamo che sia accaduto tutto ciò perché per la prima volta con quest’opera non ci siamo concessi le due settimane di pausa tra la fine delle riprese e il montaggio, tempo necessario a guadagnare la giusta distanza dalla materia girata. Quando siamo entrati in sala montaggio avevamo ancora un piede sul set e nell’effetto ipnotico di ciò che avevamo appena girato. Non lo faremo mai più e ci prenderemo le due settimane di vacanza che eravamo soliti fare.
D: Concludiamo con l’elemento della musica, per cui cambiate di volta in volta l’utilizzo. Ne La ragazza senza nome l’avete esclusa…
Jean-Pierre Dardenne: Abbiamo cercato di trovarle un posto, ma ci siamo resi conto che era ridondante, arrivava a rendere tutto sfocato e soprattutto avrebbe tolto i momenti di silenzio. Quindi abbiamo preferito avere una colonna sonora fatta dei rumori dei camion o delle auto che passano sulla tangenziale accanto all’ambulatorio medico e tenere i silenzi grazie ai quali i pazienti trovano il coraggio di parlare e che permettono a Jenny e a ciascuno di noi di tornare a quell’immagine unica che abbiamo della ragazza senza nome.

Maria Lucia Tangorra

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