Quell’ineffabile fatica di vivere
Nella sua ottava edizione il Saturnia Film Festival, in collaborazione con le associazioni Olympia de Gouges e Mujeres nel Cinema, ha ospitato per la prima volta la sezione “Sguardi di donne”, che si fa portavoce di prospettive femminili forti e originali, raccogliendo storie di ribellione, intimità, memoria e lotta interiore. Quella, o meglio quelle raccontate nel cortometraggio In The Box da Francesca Staasch ne sono un esempio.
Lo short scritto e diretto dalla cineasta romana, presentato nella neonata vetrina competitiva della kermesse toscana dove si è aggiudicato il premio Mujeres nel Cinema come miglior film dopo l’anteprima mondiale come evento speciale alla 61esima Mostra Internazionale del Nuovo cinema di Pesaro, ci scaraventa in media-res in tre vicende intrecciate: Marco è un uomo ordinario di quasi 40 anni, Zoe, una ragazza spavalda di 25 anni e Laura, una signora borghese, sui 50, algida ed elegante. Cosa lega i loro destini? Narrativamente nulla se non il fatto che si tratta di creature fragili e tormentate, le cui strade si incrociano nel quotidiano senza che se ne accorgano. Hanno in comune lo stato di disperazione, una crisi personale (per lutti, malattie, abbandoni) che sembra irrisolvibile ma che può trovate una soluzione (momentanea o definitiva che sia) dall’incontro con la persona meno attesa, dall’abbraccio di chi non abbiamo minimamente “calcolato”.
Architettonicamente parlando dunque non siamo al cospetto di una narrazione alla Guillermo Arriaga o alla Paul Haggis, in cui storie e personaggi apparentemente distanti poi risultano collegate da un filo rosso che le attraversa rendendole una dipendente dell’altra in una catena di causa-effetto. In The Box è piuttosto uno spaccato di vita, ma non della realtà, bensì della sua percezione. I protagonisti del cortometraggio sono accomunati dalla sofferenza e le loro esistenze sono catturate in un preciso momento che precede l’esplosione emotiva che, però, non si realizza mai del tutto. Tre personaggi che soffrono, per cause diverse, ma sempre legate al concetto di morte, sia reale che metaforica, avvenuta o imminente. C’è la madre in pena per la perdita della figlia, l’uomo, che viene mostrato per la prima volta in un cimitero, per cui anche lui, probabilmente, soffre per la scomparsa di una persona cara; ma poi scopriamo che la sua sofferenza è dovuta alla fine di un rapporto sentimentale. Poi c’è la ragazza che scopre che il proprio padre, malato di cancro, ha i giorni contati. Ecco, ci troviamo dinnanzi a tre esistenze scosse dalla morte: una morte reale, già avvenuta; una morte metaforica, da metabolizzare e una morte preannunciata e imminente.
La morte è, quindi, insieme all’isolamento emotivo, alla perdita, all’autolesionismo e al bisogno di contatto, uno dei temi centrale della pellicola e aleggia pesantemente sulla vita dei tre protagonisti, qui interpretati con grande intensità da Sara Borsarelli, Giulia Schiavo e Lino Guanciale, con quest’ultimo impegnato anche nelle vesti di produttore. La forza dell’opera sta infatti nel lavoro dei singoli attori sulla complessità dei personaggi che sono stati loro affidati e in quello chirurgico delle emozioni e delle sfumature di colei che li ha diretti. In questo la Staasch sembra avere messo a frutto ciò che ha appreso e fatto suo in termini di bagaglio da un insegnate come Robert McKee nel periodo di formazione. Le performance di questo mosaico corale che va a comporre il racconto polifonico di In The Box si nutrono di silenzi e fanno in gran parte a meno delle parole, dando così ampio spazio ai gesti, agli sguardi e ai non detti che fanno rumore e male interiormente prima di implodere.
La scrittura e la sua trasposizione, sostenute da un montaggio non lineare che ne stratifica ulteriormente la struttura, seguono in tutti e tre i casi il medesimo processo, decidendo di lasciarne aperti i finali quel tanto da permettere allo spettatore di turno di entrare empaticamente e trovare dei punti di contatto e connessione con una o più figure di riferimento sullo schermo. Questa capacità di creare un ponte e un filo diretto tra mittente e destinatario, dando la possibilità al fruitore di avere un ruolo attivo, è l’altro punto a favore dell’opera. Un’opera che riesce a condensare il tutto in quindici giri di lancetta nel quadrante, ma che avrebbe avuto bisogno di un maggiore respiro, quello del lungometraggio per capirci, per consentire a narrazione, drammaturgia e disegno dei personaggi, di avere il giusto e fisiologico spazio per distendersi ed esprimersi al meglio. Non a caso pare che sia già in cantiere un film. Staremo a vedere. Nel frattempo di In The Box è possibile come già detto apprezzare le performance attoriali, la regia matura della Staasch anche per quanto concerne la composizione delle inquadrature incorniciate in un funzionale formato 1:1.
Francesco Del Grosso









