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La femmina

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VOTO: 7

Un amore che non muore mai

L’ottava edizione del Saturnia Film Festival ha ospitato tra le opere in concorso della neonata sezione “Sguardi di donne” la proiezione di La femmina, presentato alla kermesse toscana dopo l’anteprima al 25° Festival del Cinema Europeo di Lecce. Proprio nel meridione il cortometraggio scritto e diretto da “Nuanda Sheridan”, all’anagrafe Simona De Simone, aveva iniziato lo scorso novembre il suo percorso nel circuito festivaliero, laddove si è aggiudicato una serie di riconoscimenti.
Ed è sempre nel meridione che la regista salentina ha voluto condurre lo spettatore e la macchina da presa per raccontare con poesia struggente la forza di un amore che ancora resiste. Siamo nelle terre amare del Sud Italia al seguito di un anziano contadino che convive con i ricordi della sua giovinezza. Un amore omosessuale finito in tragedia, un segreto taciuto insieme alla moglie per una vita intera, porta l’uomo a creare una realtà sovrapposta alla sua, nella quale ogni giorno può essere vissuto in compagnia del suo amore perduto.
Nuanda Sheridan porta sullo schermo, immerso in un poetico bianco e nero, un dramma esistenziale che sfocia nel melò e nella tragedia. Tornano alle mente Viola di mare e soprattutto La finestra di fronte di Ferzan Özpetek, con la pellicola del regista turco che come quella in oggetto narra di un amore travagliato, capace di resistere nella mente e nel cuore nonostante tutto e tutti, oltre le malvagità umane. Ma ancora più immediato è il riferimento a I segreti di Brokeback Mountain, nel quale i due protagonisti sviluppano un profondo legame emotivo e fisico, in un contesto sociale che rende la loro relazione impossibile. La loro storia d’amore è impossibile non solo perché proibita, ma anche perché troppo rischiosa all’interno di una società che non è in grado di accettare ciò che considera deviante rispetto alla normalità. Questa non accettazione non è il semplice rifiuto di qualcosa che non si conosce, ma si tramuta in vero e proprio odio e violenza, discriminazione e diffuso bigottismo, che spinge chi ne è vittima a un gesto estremo. Dall’America del Nord al Sud Italia la sostanza non cambia, perché certi mali sono hanno sviluppato degli anticorpi che impedisce anche al più grande amore di debellarli, motivo per cui l’odissea sentimentale vissuta dai protagonisti del corto della cineasta pugliese segue traiettorie narrative universali e drammaturgicamente codificate. L’assenza di originalità non impedisce in nessun modo all’opera di sprigionare emozioni cangianti che accarezzano e trafiggono il cuore del fruitore.
La questione della sessualità non ha bisogno di essere dibattuta e sottolineata, poiché la potenza di La femmina sta proprio nel non dare ai personaggi alcuna etichetta, siano loro effettivamente eterosessuali, omosessuali, bisessuali o altro. Piuttosto, la pellicola si concentra su un sentimento universale descritto attraverso gesti, parole, emozioni tanto forti quanto semplici, ma senza eccessi drammatici, così che solo in un secondo momento ci si focalizza sul fatto che i personaggi coinvolti sono due uomini. Soprattutto, la semplicità e la naturalezza con cui sono narrate le vicende diventano ancora più potenti in un momento storico che non permette loro di vivere l’amore e di essere se stessi pienamente, un momento storico che non permette di mappare e definire proprio quei gesti, quelle parole e quelle emozioni. Spetta quindi allo spettatore riscattare l’amore dei due personaggi, due uomini qualunque, alle prese con il bigottismo di una società miope, chiamando quel sentimento col nome che avrebbe meritato sin da subito e mai pronunciato.
I personaggi di La femmina hanno trovato i loro interpreti perfetti, non solo per la bravura, ma in primis per l’intensità che regalano a ogni singola scena, arrivando per gran parte della timeline a fare a meno dei dialoghi. Spicca in particolare la performance di Orio Scaduto, attore di comprovata esperienza che dona alla figura che gli è stata affidata una potenza espressiva di altissimo livello. Potenza, questa, che viene amplificata dal brano “Orfeo” del Canzoniere Grecanico Salentino, che con voce e note fanno da cassa di risonanza alle emozioni di immagini che nelle sequenze iniziali salgono ulteriormente di temperatura emotiva.

Francesco Del Grosso

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