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Un anno di scuola

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VOTO: 7,5

Sguardi, corpi e scoperte

La macchina da presa guidata da Laura Samani in Un anno di scuola sceglie di farci vedere il cancello di entrata, salire insieme le scale e svelarci l’edificio scolastico, l’istituto tecnico Marie Curie. Volutamente la sensazione è che non ci sia nessuno perché si invita ad abitare gli spazi di cui tutti abbiamo fatto esperienza nella nostra vita (dal cortile antistante l’ingresso al salire per raggiungere la propria aula). Il tutto è preparatorio, infatti, a farci vedere un gruppo di ragazzi assiepati dietro la porta della classe, incuriositi dal nuovo arrivo, Federica (Stella Wendick), che, come evidenzia l’insegnante (Silvia Gallerano) «viene da un Paese civile, non la facciamo pentire di essersi trasferita». Dallo stuolo, un coetaneo si avvicina chiedendole se può chiamarla Fred, prendendosi la libertà di salutarla con un bacio, a cui lei risponde per le rime. Questo inizio pone subito le basi non solo sul piano della narrazione, ma ci indirizza rivelando uno sguardo registico presente, senza essere invadente. Lei, diciottenne svedese trapiantata a Trieste, diventa l’ ‘attrazione’ non solo per le sue origini, ma ancor più perché è l’unica ragazza in una classe di soli maschi. In particolare tre amici Antero (Giacomo Covi a cui è stato assegnato il premio Orizzonti Migliore Attore alla 82esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia), affascinante e riservato; Pasini (Pietro Giustolisi), seduttore istrionico; Mitis (Samuel Volturno), bonaccione protettivo. L’arrivo della ragazza sconvolge il gruppetto, mettendo a dura prova l’amicizia poiché diventa un ‘oggetto’ del desiderio segreto per ciascuno di loro tre. Fred vuole essere ammessa ed è una sensazione che ci è familiare non solo per averla provata in adolescenza, ma con cui si fa i conti per tutta la vita. Il punto è che nella regola dei giochi – sproporzionata – le viene chiesto continuamente di sacrificare qualcosa di sé per diventare una di loro. In questo percorso la giovane scopre il proprio corpo facendone conoscenza in prima persona, ma anche alcune insidie nelle relazioni dovute a ingenuità o cliché che vanno sfatati. La regista di Piccolo corpo dimostra ancora una volta di saper dirigere giovani talenti al debutto, facendo emergere la spontaneità e al contempo la crudeltà di alcune dinamiche uomo-donna da cui non è semplice fuggire.
«Esiste un’asimmetria profonda e radicata nel modo in cui percepiamo uomini e donne. I corpi maschili – nella loro conformazione, andatura e abbigliamento – trasmettono potere e capacità, mentre quelli femminili comunicano ciò che si può o non si può fare loro. Questa percezione finisce spesso per diventare una regola sociale: gli uomini agiscono, le donne semplicemente appaiono. Da adolescente, ho trascorso la maggior parte del tempo con un gruppo di tre maschi. Essere l’unica femmina mi sembrava un privilegio, ma comportava anche pressioni invisibili: loro potevano dire tutto ciò che volevano, mentre i miei desideri venivano percepiti come una minaccia. Mi trovavo di fronte a una scelta difficile: esprimere ciò che sentivo, rischiando l’esclusione, oppure tacere per essere accettata», racconta la regista aggiungendo come Un anno di scuola racconti «le sfide di crescere come giovane donna in un mondo dominato dagli uomini, dove il corpo e i desideri possono facilmente diventare armi rivolte contro di te». Questo suo ultimo lavoro è un libero adattamento (curato insieme a Elisa Dondi) dell’omonimo romanzo di Gianni Stuparich, trasportando la vicenda dei primi del ‘900 nella Trieste del 2007. Passaggio che, nel modo in cui è stato messo in campo, permette di creare ancor più un filo diretto con lo spettatore, rilanciando questioni che dovrebbero essere alla base dei rapporti umani e non più date per scontate solo perché si ‘ragiona’ per genere e schemi precostituiti. Riflessioni rafforzate anche dalla scelta di non portarlo in anni in cui non erano ancora diffusi i social ma ci si incontrava per poter conoscere l’altro e coltivare amicizia e/o amore, a seconda del superamento dei confini restituitoci con uno sguardo che sa essere lucidamente poetico.

Maria Lucia Tangorra

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