Colpi secchi alla porta dell’infelicità
In ventisette anni di onorata carriera, François Ozon ha più volte attinto alla letteratura o a testi teatrali, ma nel caso del suo ventiquattresimo lungometraggio ha deciso alzare e di molto l’asticella e il relativo coefficiente di difficoltà, decidendo di adattare uno dei romanzi più rilevanti, potenti e controversi del Novecento. Quel romanzo è Lo straniero, capolavoro di Albert Camus, pubblicato nel 1942 per Gallimard e unanimemente considerato dai critici uno dei romanzi capitali della letteratura universale. Tradotto in 75 lingue, è il terzo romanzo francese più venduto della storia, che Le Monde ha posizionato al 1º posto della classifica dei 100 migliori libri scritti nel XX° Secolo. Insomma una vera e propria pietra miliare, di quelle capaci di fare tremare mani e gambe, anche quelle di figure di un certo calibro, compresa quella di Bergman che avrebbe voluto trasporla ma non l’ha fatto.
Per chi non la conoscesse, la vicenda narrata, ambientata nell’Algeri del 1938, è quella di Arthur Meursault, un giovane sulla trentina, modesto impiegato, che seppellisce sua madre senza manifestare la minima emozione. L’indomani inizia una relazione con Marie, una collega d’ufficio. Poi riprende la solita vita di tutti i giorni. Ma il suo vicino di casa, Raymond Sintès, altera il suo tran tran quotidiano trascinandolo in loschi affari che culminano in un evento drammatico, l’omicidio, quasi casuale, di un ragazzo arabo. Arrestato, egli non tenta neppure di giustificarsi, di difendersi: viene processato e condannato a morte. Il romanzo affronta vari interrogativi: chi sia Meursault – estraneo a sé stesso – un volgare assassino, un folle o un ribelle; quale significato abbiano il suo gesto e il suo comportamento. Camus racconta la storia di un delitto assurdo e denuncia l’assurdità di vivere e dell’ingiustizia universale. Il tutto senza dimenticare l’incendiario contesto storico e geopolitico che alleggia minaccioso sullo sfondo, che mostra chiaramente due comunità, quella francese e quella locale, che vivono fianco a fianco in una tensione latente, dettata da un rapporto di dominazione e colonizzazione.
L’opera in questione è sulla carta di difficile e complicata rappresentazione audiovisiva proprio per le argomentazioni di cui sopra e per la sua natura sfuggente, indecifrabile, stratificata, che sembra respingere a priori e con decisione la Settima Arte per via di quel protagonista senza obiettivo e per la mancanza quasi assoluta di eventi. Un romanzo che in meno di 200 pagine è riuscito a condensare la fragilità dell’esistenza umana, con la rappresentazione di un anti-eroe, il suo interrogarsi sulle norme sociali e la riflessione di un mondo privato di senso. Materia prima estremamente complessa da restituire a parole, figuriamoci con immagini e suoni.
In molti hanno dunque desistito, ma non il prolifico regista parigino, qui al primo confronto con un’opera letteraria di assoluta autorevolezza, che con un coraggio invidiabile e senza timori reverenziali ha deciso di misurarsi con l’adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo del connazionale, nonostante il precedente per nulla riuscito e incoraggiante del 1967 con protagonisti Marcello Mastroianni ed Anna Karina diretto da Luchino Visconti. Per sua e nostra fortuna, né il regista transalpino né tantomeno la trasposizione si sono fatti schiacciare dal peso della matrice come sostenuto al contrario da una parte di critica e di addetti ai lavori in occasione della prima apparizione pubblica nel concorso dell’82esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, dove i detrattori hanno sottolineato l’incapacità del regista di andare più in là della mera illustrazione calligrafica.
Il cineasta ha riportato sul grande schermo Lo straniero rileggendolo con lo sguardo elegante e inquieto caratteristico della sua poetica. Lo ha fatto affidandosi al talento di un giovane e imperturbabile Benjamin Voisin, con cui aveva già lavorato per Estate ‘85, che restituisce con efficacia l’ambiguità del protagonista e i suoi cambiamenti impercettibili di temperatura emotiva (l’impassibilità nel mostrare i sentimenti) che deflagrano in imprevedibili esplosioni (vedi l’omicidio sulla spiaggia o il confronto fisico e verbale con il prete). Lo ha fatto scegliendo di rimanere fedele alla matrice, senza tentare di stravolgerla, o ancora peggio dominarla o addomesticarla. L’ha piuttosto rispettata, assecondata, plasmandola quanto basta per farla sua, innestando con attenzione chirurgica all’interno del tessuto narrativo e formale la bellezza estetica (il bianco e nero di Manuel Dacosse che restituisce le calde atmosfere della Algeri di fine anni Trenta e inizi anni Quaranta), il tagliente umorismo satirico (vedi la scena della veglia funebre con gli altri ospiti dell’ospizio) e una visione schietta, priva di fronzoli, della sessualità umana, che sono da sempre parte integrate e ingredienti riconoscibili del suo cinema. Ma anche cogliendo l’occasione per chiamare nuovamente in causa, sommandoli e sovrapponendoli a quelli rintracciabili nelle pagine di Camus, altri temi ricorrenti nei suoi film come l’amicizia, le diverse percezioni della realtà, l’impermanenza e la morte.
Francesco Del Grosso









