Il signor Rotpeter

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6.0 Awesome
  • voto 6

One (wo)man show

Uno scimpanzé diviene uomo e ci racconta la sua singolare storia ed il suo non sempre facile percorso. È da questa idea di partenza – nata direttamente dalla penna di Franz Kafka – che prende il via Il signor Rotpeter, ultimo lavoro della cineasta partenopea Antonietta De Lillo, presentato Fuori Concorso alla 74° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, nonché mediometraggio ideato in occasione della realizzazione del film partecipato L’uomo e la bestia. Grande protagonista e mattatrice: la bravissima Marina Confalone.
Una poltrona vuota davanti alla macchina da presa. Un grande giardino con una sedia di vimini. Una casa apparentemente disabitata. Eppure, qualcuno c’è. Percepiamo la sua presenza nel momento in cui lo sentiamo russare in camera da letto, per poi vederlo in primo piano, seduto in poltrona, mentre, intervistato da una voce fuori campo, si accinge a raccontarci la propria storia.
Il testo di Kafka ed il carisma della Confalone riescono indubbiamente a coinvolgerci fin dai primi momenti. E la storia del signor Rotpeter stessa è, per quanto singolare, una storia universale: la storia di chi, snaturato da sé, sente il bisogno di combattere al fine di sopravvivere. Istinto di sopravvivenza, il suo, che presto lo porterà a preoccuparsi non solo per sé stesso, ma anche per gli altri.
Le scenografie, le locations – quasi tutte in interni, tra la casa del protagonista ed un’aula universitaria, fatta eccezione per brevi momenti in cui vediamo Rotpeter/Confalone passeggiare sul lungomare di Napoli – ed una regia fatta perlopiù di camera fissa, rendono il tutto eccessivamente – e volutamente – essenziale: in linea con l’universalità della storia, non si sente, probabilmente, il reale bisogno di inutili orpelli per arrivare allo spettatore. Idea condivisibile, quello sì. Però, a questo punto, più che parlare di cinema verrebbe quasi di considerare il lavoro come vero e proprio teatro filmato. La stessa macchina da presa, non allontanandosi mai dalla protagonista, ci mostra quest’ultima come se ci trovassimo in platea davanti ad un palcoscenico. Stesso discorso vale per le musiche, totalmente assenti. L’impressione che si ha è che la regista stessa voglia restare quasi del tutto invisibile, lasciando il campo esclusivamente all’interprete, oltre che al testo.
Soluzione interessante, quello sì. Però, quando viene adottato un tipo di messa in scena del genere, il rischio è sempre quello di far sì che il prodotto finale risulti, in qualche modo, quasi “snaturato” dalla sua natura cinematografica. E che, almeno nell’ambito della settima arte, perda molte, molte potenzialità.
Ciò che ci resta dopo la visione de Il signor Rotpeter è, di fatto, oltre al sopracitato e sempre attuale testo kafkiano, la grande interpretazione di Marina Confalone. A lei il merito di catalizzare l’attenzione del pubblico per oltre mezz’ora, senza pause, senza interruzioni alcune. Ma, alla fine dei conti, il cinema dov’è?

Marina Pavido

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