The Rape of Recy Taylor

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Una storia di ordinaria ingiustizia

Sembra passato tanto tempo da quella tragica giornata in Alabama del 1944. Eppure si continua, nel 2017, oltre 70 anni dopo da quel fatto, a parlare di razzismo e a inneggiare al tempo che fu. Alcuni continuano a sostenere in Italia che “quando c’era lui” tutto funzionava per il meglio. Come spesso capita, è più facile dimenticare che ricordare, o, nei casi estremi, insabbiare anziché andare a fondo alla questione, come è accaduto negli Stati Uniti quando si tratta di difesa dei diritti. Recy Taylor non è l’unica donna afroamericana stuprata dai bianchi, perché dietro alla violenza non c’è solamente l’intenzione, ma una visione culturale. La donna infatti, nonostante le ripetute denunce e i processi andati in porto, si trovava in condizione di minoranza. La giuria era infatti composta da cittadini di pelle chiara, e quel periodo storico non giovava sicuramente a coloro che chiedevano giustizia, soprattutto se di colore. Non è dunque improbabile che le sentenze fossero tutte a favore dei carnefici, che nonostante il reato commesso potevano tornare candidamente alla loro vita, magari compiendo gli stessi atti indisturbati e immuni da condanne.

The Rape of Recy Taylor, presentato in Orizzonti alla 74esima Mostra del Cinema di Venezia, è un classico documentario che utilizza filmati d’archivio e, allo stesso tempo, interviste sia a esponenti accademici che a testimoni diretti. Nancy Buirski cerca di guardare oltre al caso singolo e propone un’attendo analisi sociologica del tempo. Ricercatori e familiari offrono quella che è un’interpretazione solida e densa di particolari, descrivendo il tema razziale sia dal punto di vista storico (riprendendo alcuni celebri discorsi di Martin Luther King), sia per quanto concerne l’aspetto politico. Lo stupro, infatti, non è un’azione che porta con sé l’affetto che si prova verso il prossimo, ma è uno spietato strumento di potere e di controllo verso l’individuo, che in quell’istante si trova in una condizione psicologica di estrema inferiorità. Moltissime donne (di colore e non solo) non ricorrono a vie legali perché potrebbe minare l’equilibrio precostituito. In altre occasioni questa paura è dettata dal fatto che la scelta di intervenire attivamente possa determinare delle dure conseguenze all’interno del nucleo familiare, come, ad esempio, la discriminazioni nei luoghi di lavoro o nell’istruzione.
L’autrice, analizzando la particolare vicenda di Recy Taylor, cerca quindi di raccontare gli anni che hanno decretato la fine (?) dell’egemonia culturale dei WASP (White Anglo-Saxon Protestant) con la ormai celebre marcia da Selma verso Montgomery. Questo continuo accostarsi di eventi che in maniera difforme hanno segnato la storia politica degli Stati Uniti, è un modo per sottolineare la diversa portata di icone che hanno lasciato il segno nella società a stelle e strisce. Martin Luther King si studia nei libri di scuola, e giustamente si continua a parlarne per il suo sacrificio in nome della giustizia. Ma quanti di voi sapevano, prima della presentazione del film a Venezia, della storia di Rosa Parks o di Recy Taylor? Molti conosceranno Rose per quella presa di posizione nel 1955, quando l’attivista decise di non alzarsi dal posto assegnato abitualmente a passeggeri bianchi. Prima di quella protesta, la donna fu mandata in Alabama dall’Associazione nazionale per la promozione delle persone di colore per indagare direttamente sul caso. Tutto ha un nesso, un filo conduttore, che in questo caso è generato non da uomini, ma da donne, che molto spesso non vengono nominate o citate nelle grandi manifestazioni se non per alcune sequenze. La rivoluzione, afferma Buirski, parte prima di tutto dal genere, per poi concludersi con la questione della pelle, dal momento che sono le afroamericane a non accettare più questo status sociale, fino ad essere le prime a cominciare la lotta per la libertà come mostrato in Selma, il film di Ada Du Vernay.
The Rape of Recy Taylor riflette gli esiti delle battaglie compiute nella storia. Informa, come è tipico del documentario, ma allo stesso tempo riporta il passato nel presente, mantenendo vivo il ricordo e il desiderio di cambiamento.

Riccardo Lo Re

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