Il cerchio delle lumache

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7.0 Awesome
  • VOTO 7

A testa in su

Si chiama Il cerchio delle lumache la pellicola chiamata a difendere i colori nostrani nel concorso della prima edizione di Oltre lo specchio, laddove l’opera seconda di Michele Senesi è stata presentata in anteprima mondiale. Arrivato in punta di piedi nella neonata kermesse meneghina dedicata al fantastico e alla fantascienza, il film ha dato una scossa a una competizione sino a quel momento priva di sussulti.
Il cerchio delle lumache ci catapulta nell’odissea di Marco, un uomo che dopo aver fatto la spesa in un minimarket si ritrova coinvolto un incidente d’auto e finisce fuori strada. Si risveglia immobilizzato a terra, ferito e solo. Nessuno sembra accorgersi della sua presenza. Solo la fidanzata è preoccupata per la sua assenza. Mentre attorno a sé la vita continua a scorrere, la realtà si mescola con la fantasia.
Del plot e dei suoi sviluppi non possiamo e non vogliamo dire altro, pena il rischio di incappare in qualche spoiler, per cui affidiamo la scoperta del destino del protagonista alla visione di un’opera che, pur adottando le medesime linee guida produttive di Bumba Atomika, sceglie ben altra architettura narrativa e drammaturgica. Girata anch’essa in modalità zero budget e con uno spirito orgogliosamente indipendente (aggiungiamo anarchico), la seconda fatica dietro la macchina da presa del regista marchigiano ragiona e prende forma in maniera del tutto antitetica rispetto alla precedente: poche location, ristretto gruppo di personaggi, ritmo pacato, attenzione alle suggestioni e alle atmosfere con lavoro macroscopico sulle potenzialità del fuori campo.
La scrittura assolutamente libera e aperta a tutto si poggia su una narrazione irregolare e non lineare, nella quale fanno di volta in volta capolino i tasselli (proiezioni reali e immaginifiche, flashback, illusioni e desideri) di un mosaico narrativo che offriranno allo spettatore di turno la visione completa della storia. Il tutto accompagnato da pregevoli ultra-slow motion e da una colonna sonora schizofrenica nella sua varietà di stili, che asseconda e scandisce i continui cambi di pelle di un’opera mutaforme che in un battito di ciglia catapulta il fruitore in un thriller, in un horror, in un dramma, in una black comedy e persino in un trip psichedelico (vedi la scena del cane).
Nasce da qui un film che prende in prestito un micro-genere preesistente per poi sovvertirlo e plasmarlo a proprio uso e consumo. L’originalità non sta tanto nella situazione che l’autore porta sullo schermo, con l’immobilità forzata del protagonista a caratterizzare gran parte della timeline come in Buried e Wrecked, piuttosto nel modus operandi adottato grondante sangue weird e fantastico. Un DNA, questo, che getta le basi di un progetto volutamente fuori controllo e fuori dagli schemi canonici e rassicuranti del panorama cinematografico italiano. Ma è proprio questa sua anima controcorrente rispetto alla massa e il coraggio di portarla avanti ad averci convinti.

Francesco Del Grosso

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