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Futuri intrecci

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VOTO: 6,5

Vecchi merletti, ma senza arsenico!

Nei festival organizzati in Friuli Venezia Giulia, che siano focalizzati sull’Estremo Oriente o sulla fantascienza, sul cinema dell’Europa Orientale o sul muto, accade sovente che si aprano spazi tesi a valorizzare quanto viene realizzato nel territorio. Anche il Premio Sergio Amidei 2025 non ha fatto eccezione. E così la sera del 22 luglio al Parco Coronini Cronberg, poco prima che nell’ambito del Premio internazionale per la migliore sceneggiatura venisse proiettato Vittoria di Alessandro Cassigoli e Casey Kauffman, abbiamo potuto assistere in anteprima a un evento speciale legato proprio alla città che ospita il festival: Futuri intrecci, breve docu-fiction incentrata sulla nobile tradizione del merletto goriziano.
Il regista Cristian Natoli, che per l’occasione giocava in casa, ha voluto subito specificare che questo documentario sui generis è stato da lui realizzato su commissione. Ma dalle testimonianze sue e degli altri ospiti è emersa comunque una grande passione, rispetto al tema trattato.

Prima facciamo un po’ di Storia, nella città nota anche per il festival èStoria. Il merletto goriziano, giunto a Gorizia nel Seicento grazie alle Suore Orsoline (delle quali si può finalmente dire che abbiano fatto qualcosa di buono o almeno in controtendenza, rispetto a quei metodi educativi d’impronta brutale e repressiva, che diverse generazioni di studenti hanno potuto sperimentare in ambito scolastico) e frutto di una tradizione secolare che ha conosciuto gli sviluppi maggiori nel XVIII secolo, rappresenta una delle eccellenze artigianali più raffinate del Friuli Venezia Giulia. Nato come espressione di eleganza e maestria manuale, questo tipo di merletto ha preso piede grazie all’influenza delle scuole austro-ungariche e italiane, trovando in Gorizia un terreno fertile per evolversi in uno stile unico. Realizzato interamente a mano con ago e filo, lavorando al tombolo, il merletto goriziano è simbolo di pazienza, precisione e creatività femminile. Oggi, grazie all’impegno di maestre merlettaie, allieve, associazioni culturali e scuole specializzate, questa antica arte continua a esistere e a raccontare l’identità e le tradizioni locali.

Se questo è l’humus culturale in cui si snoda la narrazione, Cristian Natoli ha scelto saggiamente di movimentarlo inserendo alcune scene di finzione che parlino in particolare ai più giovani. Su tutte quelle riguardanti la graziosa DJ e l’altrettanto avvenente amica, che il regista immagina essersi appassionate a questa antica arte un po’ per caso, un po’ per effetto di quegli splendidi, originali lavori di oreficeria che oggigiorno vengono modellati ispirandosi proprio alle sottili trame di un merletto. Qualche perplessità la desta invece la durata del film, appena una ventina di minuti, che non consente a nostro avviso di amalgamarsi perfettamente ai pur vivaci (e ben musicati) segmenti di fiction e alla ricerca storiografica sull’argomento, che meriterebbe di essere ulteriormente approfondita.

Stefano Coccia

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