Certi amori (cinefili) fanno giri immensi e poi ritornano… a Roma!
A Udine avevamo purtroppo “bucato”, come si dice in gergo, la proiezione di Her Story, il film che avrebbe poi vinto l’Audience Awards all’ultima edizione del Far East Film Festival. Praticamente l’unico premiato di quest’anno sfuggito dai radar della nostra redazione. Ma a colmare tale lacuna ci ha pensato la Settimana del Cinema Cinese in Italia svoltasi recentemente a Roma, dove il lungometraggio diretto da Shao Yihui è stato l’evento di chiusura. E a confermare il buon rapporto col pubblico, tale proiezione è stata anche la più seguita, nella saletta dell’ANICA, con tanto di delegazione proveniente dallo Yunnan ad aggiungere un po’ di colore.
L’autrice, Shao Yihui, si sta facendo conoscere in Cina come una di quelle giovani registe capaci di “svecchiare” la produzione interna, affrontando con una certa personalità argomenti cari alle nuove generazioni, spesso anche in chiave femminista. E se nel film certi discorsi di natura ideologica appaiono a volte un po’ troppo scoperti, forzati, la freschezza della narrazione, l’eccentricità di alcuni personaggi e l’ironia dei dialoghi sanno stemperare tutto in modo piuttosto originale.
Parliamo del resto di una cineasta che, dopo essersi diplomata proprio in sceneggiatura alla Beijing Film Academy e prima di raccogliere parecchi consensi col proprio lungometraggio d’esordio, B for Busy, si è fatta notare anche in ambito letterario, pubblicando diversi racconti e nel 2018 anche un romanzo, The Last Trial, da cui ha poi preso vita la serie televisiva One.
In Her Story a essere esplorato più in profondità è il legame simbiotico tra due donne diversamente segnate dal proprio passato, le quali, dopo essersi incontrate grazie a un trasloco, si ritrovano ad affrontare situazioni nuove sviluppando un rapporto che si nutre di empatia, complicità, solidarietà femminile. La più matura delle due, Wang Tiemei, è una madre single che si è trasferita nel nuovo appartamento dopo aver perso un lavoro di prestigio in ambito giornalistico e aver accettato la sfida di ripartire da una redazione più piccola; mentre la vicina di casa, Xiaoye, conduce un’esistenza disordinata esibendosi come musicista in localetti underground e cercando di venire a capo di relazioni sentimentali oltremodo precarie.
La narrazione è sempre accattivante. E ha il merito di introdurre il tema del cambiamento, nella condizione femminile, mettendo in rilievo lo spirito altamente competitivo nei rapporti lavorativi, i nuovi schemi famigliari e la vita frenetica di una metropoli cinese, nella fattispecie Shangai, proponendo a livello narrativo soluzioni brillanti e un’apprezzabile leggerezza di fondo. Tali prerogative vengono un po’ meno, sfiorando quasi un atteggiamento “androfobico”, allorché certi personaggi maschili si sfidano dialetticamente tra loro, a tavola, per dimostrare se abbiano appreso o meno la “lezione sul patriarcato”. Per fortuna tali momenti incidono relativamente poco su un racconto cinematografico caleidoscopico, sfaccettato, i cui equilibri vengono subito ristabiliti da ampie dosi di humour e da sentimenti genuini, reali.
Stefano Coccia









