Grozny Blues

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

La rabbia, l’orgoglio e la speranza

Profondamente segnata da due recenti guerre, la Cecenia ha, tristemente, fatto molto parlare di sé, da una ventina d’anni a questa parte. Al punto di risvegliare l’attenzione anche nell’ambito del settore cinematografico, dove non poche sono le pellicole che si sono ispirate alla sua storia. Prima fra tutte: la recente e decisamente poco riuscita The Search, diretta dal regista Premio Oscar Michel Hazanavicius. Fortunatamente, la produzione cinematografica facente riferimento a tali avvenimenti non si limita a ciò. Al contrario, uno dei prodotti che maggiormente si distingue per qualità ed efficacia comunicativa è il documentario Grozny Blues, diretto da Nicola Bellucci e presentato in concorso – in anteprima nazionale – alla nona edizione del Visioni Fuori Raccordo – Rome Documentary Fest.
Siamo a Grozny, cittadina cecena pesantemente massacrata dalla guerra. La macchina da presa segue passo passo la quotidianità di alcuni abitanti, che – fortemente repressi e costretti ad un’islamizzazione forzata – vivono nel terrore da ormai troppo tempo. Tra di loro vi sono giovani che non hanno mai smesso di credere in un futuro migliore, uomini che ormai hanno abbracciato determinate credenze e faticano ad adattarsi ad eventuali nuove culture ed anche un piccolo gruppo di donne che, stanche di dover assistere a tante brutture, hanno deciso – rischiando più volte la pelle – di filmare la realtà che le circonda, al fine di far sapere al mondo intero cosa realmente avviene nel loro paese. Il tutto si alterna ad immagini di repertorio, risalenti perlopiù alla prima guerra cecena e rappresentanti interviste agli abitanti del posto e scene di vera e propria guerriglia urbana che non risparmiano nulla alla vista dello spettatore, il quale, a sua volta, resta non poco colpito dalle numerose immagini di cadaveri, di feriti e di donne e bambini che urlano la loro rabbia davanti alla macchina da presa.
Il documentario si sviluppa, dunque, su tre livelli visivi: scene riguardanti il passato – presentateci, appunto, dai filmati di repertorio selezionati – la realtà mostrataci attraverso lo sguardo del regista stesso e, infine, la guerra dal punto di vista delle donne protagoniste sopracitate, le quali – oltre a filmare, come già abbiamo detto, torture e cortei di protesta – intervistano, a loro volta, anche altri abitanti di Grozny, testimoni di ciò che è diventata la loro vita. Tale scelta narrativa, seppur complessa e non sempre azzeccata – in quanto il rischio maggiore sta proprio nel mettere troppa carne al fuoco rendendo il tutto eccessivamente sfilacciato – in questo documentario di Bellucci si è rivelata in realtà un’ottima soluzione, in quanto nel corso della messa in scena si alternano a ritmi regolari momenti forti ad attimi in cui lo spettatore può tirare il fiato e – al termine della visione – si ha un ritratto chiaro ed onesto della vita a Grozny, la quale, a sua volta, viene qui trattata a tutti gli effetti alla stregua di un personaggio in carne ed ossa.
Immagini forti che difficilmente si dimenticano, storie che fanno male all’interno di un documentario che somiglia ad un vero e proprio urlo di rabbia. Ma che, tuttavia, non manca di trasmetterci la speranza di tutti i protagonisti circa un futuro roseo, in cui la guerra possa diventare solo un brutto ricordo. “Sono vent’anni che Grozny brucia, ma, comunque, fino ad oggi non è mai crollata”, afferma uno dei ragazzi protagonisti di questo ultimo lavoro di Bellucci. Ed in questa frase, indubbiamente, può identificarsi il temperamento di un intero popolo.

Marina Pavido

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