Good Time

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Tutto in una fredda notte urbana

Titolo veramente beffardo quello scelto dai fratelli Safdie per infiocchettare la loro pellicola. L’enunciato “tempo buono” non c’è proprio nella storia, e non si avvererà nemmeno. È solamente un’oasi desiderata dai fratelli Connie e Nick Nikas; oppure vaneggiata dal solo Connie. Tutto quello che accade nel lasso di tempo della storia, è solo un ininterrotto incubo paludoso da cui è impossibile fuggire. E i bagliori del nuovo giorno non portano con sé la speranza usuale, ma solo la conferma dell’inevitabile disfatta.

Presentato in concorso al 70º Festival di Cannes, Good Time dei giovani filmakers Benny e Josh Safdie si rivela una piacevole sorpresa. Molti limiti al suo interno, compreso un corposo sentore di déja-vu che non fa rilucere la storia, ma ci sono di fondo un’onestà di racconto e una certa spietatezza nella costruzione visiva che iniettano nella pellicola una notevole forza espressiva. Una storia veloce, adrenalinica, che nasconde nelle pieghe il tenero rapporto affettivo di due fratelli. Ma questo sincero sentimento, viene inglobato e raffreddato nella gelida realtà urbana in cui si svolge l’inevitabile disfatta. Nessun personaggio positivo, ma solamente perdenti e/o emarginati che si scavano da soli la propria fossa. Questo precario stato (sociale e psichico) dei due fratelli viene tracciato sin dall’inizio. Dopo un quieto ed emotivo avvio, composto di stretti campi e controcampi tra Nick e il vecchio psicologo Peter, l’entrata violenta di Connie nella stanza scaraventa la storia in una forsennata e tormentata fuga, da cui però non si può uscire. Questa coppia di fratelli disturbati, provenienti da un passato sicuramente burrascoso ma di cui non sappiamo in pratica nulla, e scagliati in un presente ancor più ostile, va ingrossare le file di figure simili già raccontate in precedenti pellicole. Fratelli differenti, ma ambedue disadattati (Nick ha un ritardo mentale, Connie ha scattosi problemi relazionali). E proprio in questo punto, nella raffigurazione e riempimento delle figure raccontate, gli autori preferiscono non eccedere nelle descrizioni psicologiche, perché potrebbero appesantire i personaggi. Dopo tutto sono umani con forti atteggiamenti animaleschi, e nella loro perenne fuga devono essere leggeri e sfuggenti, ragionando solo con l’istinto.
Ma quello che forgia meglio Good Time, e che crea e fomenta l’impatto empatico, sono gli aspetti esterni. Una dura e aspra ambientazione prevalentemente notturna, che amplifica la violenza del racconto. Una storia “noir” senza tanti ghirigori (e quando ci sono, afflosciano il flusso narrativo), corroborata da un’esposizione visiva febbrile. La città di New York mostrata nel suo quotidiano squallore. Elementi che vanno a inscrivere Good Time tra i più efficaci B-movies partoriti in quest’ultimo decennio.
Un ultimo appunto va agli attori, che completano quest’affresco urbano contemporaneo. Benny Safdie, che si ritaglia il difficile ruolo del fratello disadattato Nick, ha il pregio di recitare sottotono, e non strafare. Jennifer Jason Leigh, che appare per un breve bagliore, è una presenza magnetica. In quel poco minutaggio conferma nuovamente le sue doti attoriali. Certamente è una partecipazione quasi non necessaria, un’altra attrice sarebbe stata uguale, ma nelle vesti di matura donna oppressa dalla madre e succube del suo bel Toy-boy Connie, è un valido punto in più per il film. Mentre Robert Pattinson, smessi i panni di idolo per le adolescenti, conferma la sua voglia di recitare in ruoli diversi e stratificati. Al momento la sua parabola d’attore ricorda quella del giovane Matt Dillon, che recitò anche in ruoli borderline similari per sporcare la sua immagine di bello e vacuo.

Roberto Baldassarre

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