La forma della voce

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

Shoya e Shoko

Il bullismo scolastico, tra studenti, è un fenomeno che in Giappone sta assumendo una dimensione di allarme sociale. Ne parla molto anche il cinema nipponico contemporaneo, e un esempio è proprio dato dall’ultimo anime, i film d’animazione del paese del sol levante, uscito in Italia, La forma della voce, della regista Naoko Yamada. Film tratto da uno ‘shonen manga’, i fumetti indirizzati a un pubblico adolescente maschile, di Yoshitoki Oima.
Protagonisti sono un ragazzo e una ragazza, Shoya e Shoko e il gruppo di comprimari, i loro amici, compagni di scuola. La seconda è una ragazza muta, in grado di esprimere solo parole disarticolate, che comunica con tutti scrivendo su un quaderno e con il liguaggio a gesti con chi lo sa. Inserita in una classe ad anno già iniziato, subisce le angherie più pesanti in virtù della sua condizione di disabilità. Le viene anche rubato e rotto l’apparecchio acustico, provocandole finanche, per lo strappo violento, il sanguinamento delle orecchie. Sarà costretta così a cambiare scuola. Il principale responsabile viene individuato proprio in Shoya, a sua volta bullizzato, la cui madre dovrà anche rifondere una cospicua somma per l’apparecchio rotto. Per lui sarà l’inizio di un percorso di sofferenza e redenzione, che lo porterà a ricercare Shoko negli anni successivi, alla scuola superiore.

La forma della voce è molto vicino alle tematiche di tanti anime degli ultimi anni, molti usciti anche in Italia, dalle opere di Makoto Shinkai fino a Colorful di Keiichi Hara. Opere che registrano, fungono da sismografo, dello stato della popolazione giovanile nipponica. Di una generazione turbata, inquieta, dominata da solitudine e alienazione. In un paese che registra un elevato tasso di suicidi giovanili. Così precipita il personaggio di Shoya, ripegandosi in una profonda depressione, tale che nemmeno riesce ad affrontare lo sguardo degli altri ragazzi e della gente. Cosa che il film rende con la brillante metafora delle crocette che il ragazzo immagina cancellino i volti di tutti. Crocette traballanti, come tracciate da un pennarello guidato da una mano esitante. E in effetti il suo unico amico, il simpatico cicciottello Tomohiro, appare spesso il solo a volto visibile, mentre in altri casi le crocette cadranno, come un adesivo che si stacca e scivola per terra, a uno o più personaggi sottolineando così il cambiamento di atteggiamento. Non è l’unica brillante idea di messa in scena del film, vedi per esempio la scena onirica di Shoko resa con le parole scritte, per lei che è muta. E in generale la narrazione di La forma della voce funziona per simmetrie, segni interni, oggetti con funzione narrativa che ritornano come richiami: la busta che contiene i soldi con cui la madre di Shoya deve rifondere l’apparecchio acustico, i libri sul linguaggio a gesti, la sagoma di gatto e le stesse crocette che appaiono già nella prima scena, tracciate dal ragazzo sul calendario.
In La forma della voce torna in particolare quel ritratto giovanile tormentato già proprio dell’anime Colorful. Quella tensione e oscillazione tra suicidio e amore per la vita che permea i due personaggi principali, Shoya e Shoko, che arriveranno anche a scambiarsi nel suicidio, quando lei si sta gettando dalla finestra, mentre in cielo trionfano i fuochi d’articio, e lui la salva, ma cade nella colluttazione. E la vita è rappresentata dal tripudio di immagini della natura che rappresentano il respiro del film. Come nel cinema classico giapponese, dove la natura rappresenta l’estensione dei personaggi. Come anche in alcuni anime moderni, come 5 Centimeters Per Second, torna il paesaggio maestoso dei ciliegi in fiore, simbolo del Giappone, di una bellezza che sfiorisce in pochi giorni, della caducità della vita umana. Ma anche quel ponticello, snodo narrativo, dove si incontrano Shoya e Shoko, dove la ragazza è solita passare per nutrire una carpa koi, uno di quei pesci coloratissimi allevati in Oriente fin dall’antichità.
La forma della voce è un film di grande delicatezza e sensibilità psicologica. Ma risente di una contrazione narrativa malriuscita di un manga di ben sette volumi. Sarebbe stata utile una maggiore sforbiciata di sottotrame e personaggi secondari. Il risultato è un film lento, spesso senza ritmo e climax, che si trascina faticosamente per oltre due ore.

Giampiero Raganelli

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