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Gangubai Kathiawadi (La regina di Mumbai)

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VOTO: 7,5

Una regina amata dal popolo

La partecipazione entusiasta della nostra redazione al primo Indian Film Festival, svoltosi nel febbraio scorso a Roma, è un mosaico cui mancava ancora una tessera importante: unico film non ancora recensito dell’intera rassegna, Gangubai Kathiawadi (La regina di Mumbai), per la regia di Sanjay Leela Bhansali, ci era purtroppo sfuggito in sala. Non senza un certo dispiacere, considerando gli ottimi riscontri critici intercettati dopo la sua presentazione nel 2022 al 72˚ Festival di Berlino
Ora il vuoto è stato colmato. Tutto ciò grazie a una piattaforma, Netflix, che lo ha da tempo nel suo palinsesto. Possiamo perciò dire che la fama del corposo lungometraggio è senz’altro meritata, considerando come un ritratto all’occorrenza piuttosto caustico della condizione femminile in India riesca a sposare i ritmi dell’intrattenimento cinematografico, in modo anche piuttosto coinvolgente.

Non mancano certo, in Gangubai Kathiawadi, i pittoreschi balletti e gli intensi momenti musicali che sono un po’ il colore di Bollywood & dintorni, ma nell’arco delle circa due ore e mezzo di narrazione risultano efficacemente dosati, “spalmati” cioè (assieme ad alcuni succosi inserti meta-cinematografici, vedi la parentesi del cinema in piazza) in quegli anfratti del così articolato racconto che necessitano di maggior carica vitalistica, lasciando al contempo ampio spazio a una escalation drammatica di tutto rispetto.
A metà tra biopic e incandescente crime drama, il film di Sanjay Leela Bhansali rivisita e trasfigura in modo tagliente la parabola semi-leggendaria di una“sex worker” la cui ascesa fece epoca, in una metropoli come Mumbai: ovvero Gangubai Kothewali, donna molto potente nota anche come “La maîtresse di Kamathipura’, che seppe duraturamente affermarsi nella vita cittadina, durante gli anni ’60, anche in virtù dei suoi stretti legami con una malavita vecchio stampo; sceneggiatura tratta da un capitolo del best seller di S. Hussain Zaidi, Mafia Queens of Mumbai, che racconta romanzandole le storie di alcune donne indiane, divenute famose, le cui esistenze a Mumbai si sono intrecciate negli anni con le attività di un un fiorente sottobosco criminale.

Impreziosito dalla magnetica presenza, nei panni della protagonista, della ormai lanciatissima Alia Bhatt, talentuosa figlia d’arte i cui genitori sono il regista Mahesh Bhatt e l’attrice Soni Razdan, questo curatissimo film in costume è un affresco degli anni che furono che parla ancora al presente; puntando diritto al sociale, allorché i traumi delle prostitute di allora alludono a molte altre condizioni sfavorevoli che le donne di umili origini – e non soltanto loro: vedi la traversie affrontate dalla stessa Gangubai, di buona famiglia ma ignobilmente tradita dal fidanzato – hanno dovuto sempre fronteggiare e tenere da conto, nel sub-continente indiano.
Il messaggio passa. Ma senza retorica e senza lungaggini, visto che tutto è così immediato e che il lungometraggio ondeggia piacevolmente tra la maestria di Bollywood e qualche topos da feuileton ottocentesco, tra criminali animati da un genuino codice d’onore, poliziotti corrotti, cronisti integerrimi, sarti “poveri ma belli”, ragazze povere vendute al bordello dalla famiglia ed eroine dalla carnagione candida con un piglio alla Mata Hari.

Stefano Coccia

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