L’arma della seduzione
Arielle Dombasle ha attraversato con la sua presenza eterea e carismatica, segnandoli in profondità, alcuni tra i più appassionanti film-happening di Éric Rohmer, Alain Robbe-Grillet, Raúl Ruiz e Chris Marker, tanto per citare un pugno di autori che alle pratiche del «nuovo cinema» hanno voluto consacrare il loro vitale e frastagliato percorso di ricerca. Come attrice ha lavorato negli anni con molte importanti figure del cinema francese e internazionale, assecondando traiettorie disordinate, tra cui Roman Polanski, Fernando Trueba o Claude Lelouch. Da ciascuno di loro ha acquisito lezioni, approcci e modalità, delle quali ha fatto tesoro nel momento in cui è passata alla regia per firmare una discreta serie di film folli, irregolari e personalissimi. A questi si va ad aggiungere il recente Les Secrets de la princesse de Cadignan, che a distanza di due anni dalla sua realizzazione è stato presentato in anteprima italiana alla 61esima edizione della Mostra Internazionale del Nuovo Cinema.
Il titolo svela già dove la Dombasle è andata ad attingere per questo suo nuovo film da regista, del quale ha firmato anche la sceneggiatura. Film che l’ha vista impegnata sia dietro che davanti la macchina da presa. Si tratta del racconto di Honoré de Balzac, pubblicato in prima battuta sul quotidiano La Presse nel 1839 con il titolo “Una principessa parigina”, poi nel volume XI dell’edizione Furne della “Commedia umana”. La pellicola è dunque la trasposizione del testo dello scrittore francese, già adattato nel 1982, non per il cinema bensì per il piccolo schermo, da Jacques Deray nel tv movie omonimo, con Claudine Auger nei panni della protagonisti, nei quali ritroviamo adesso la Dombasle. Quest’ultima si cala con discreta efficacia per intenzioni e aderenza fisica nel ruolo di quella che nella mente e nell’immaginario di Balzac era una delle regine di Parigi negli anni 1820 e 1830. Si comporta come un Don Giovanni, con la stessa libertà, passando da un amante all’altro, senza preoccuparsi di cosa dirà la gente. Tuttavia, si rammarica di non aver mai provato un amore passionale. La sua amica, la marchesa d’Espart, le presenta un grande scrittore, Daniel d’Arthez, che per la prima volta suscita in lei l’amore. La principessa si rende conto di amare profondamente d’Arthez. Tuttavia è legato alla morale cristiana. Anche se cade completamente sotto l’incantesimo della principessa, rischia di reagire malissimo quando viene a conoscenza della reputazione della donna che ama, una donna che nella società che frequenta è considerata quasi una cortigiana. Ma, sorprendentemente, d’Arthez reagisce in un modo completamente diverso da quello che ci si potrebbe aspettare quando scopre i “segreti della principessa”.
La regista e attrice statunitense disegna sulla tela bianca del grande schermo il ritratto di Diane de Cadignan, l’ultima grande dame dell’Ancien Régime, ma anche la prima donna moderna, in un film che come la matrice letteraria racconta la figura femminile in maniera diversa. Diversa è la prospettiva che sia il testo che la sua trasposizione offrono della e sulla condizione della donna agli albori del XIX° secolo in una società che dire patriarcale era poco. In tal senso Balzac è stato un precursore nel proporre un modello di donna capace sia di sovvertire le posizioni di potere utilizzando l’arma di distrazione di massa della seduzione, che di combattere le convenzioni aristocratiche. In questo il personaggio rappresenta una vera e propria rivoluzionaria. In questo sembra di rivedere Marie Antoinette di Sofia Coppola, che rilegge in chiave pop la vita di corte della protagonista dove inizia il suo difficile rapporto con l’aristocrazia, i costumi e l’etichetta francesi. Ed è principalmente sul primo aspetto che Les Secrets de la princesse de Cadignan e la cineasta puntano, sottolineandolo a più riprese nel percorso di vendetta che Diane porta avanti nei confronti della figura maschile negli anni del crepuscolo in cui il fascino e la carica sessuale però ancora le permettono di mietere “vittime” tra i suoi innumerevoli amanti. Eppure qualcosa ne stravolge i piani e quel qualcosa è l’amore vero, un sentimento che per sua stessa ammissione ha sempre cercato ma che non aveva mai trovato, almeno fino a quando nella sua vita è entrato Daniel d’Arthez, grande scrittore cattolico e monarchico.
Il risultato è un approfondito studio della personalità e della personalità femminile, ma il merito va riconosciuto principalmente a Balzac. È sua la farina del sacco, con la Dombasle che non ha fatto altro che prendere in prestito le tante potenzialità narrative, drammaturgiche e tematiche messe a disposizione dal testo nativo per tale rappresentazione. La pellicola a conti fatti non sembra essere stata in grado di richiamarle e sfruttarle appieno, accontentandosi di riportare solo ciò che a una semplice lettura si presentava in superficie. La Dombasle, sin dalla fase di scrittura, non è riuscita a scavare e ad andare oltre e più in profondità sul piano psicologico per quanto concerne un personaggio e un testo che in questi termini avevano moltissimo da dare. Ne scaturisce un’opera audiovisiva chiusa e fine a se stessa, che appare più attenta alla forma e alla confezione comunque di buona fattura (scenografie, fotografia e costumi molto curati) che ai contenuti. Un’opera portata a termine con il freno tirato in scrittura e all’insegna di un certo livello di autocompiacimento dell’autrice, interessata a valorizzare in primis la sua performance attoriale e registica per ben figurare a scapito di tutto il resto.
Francesco Del Grosso









