French Blood

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6.0 Awesome
  • voto 6

Le difficoltà della redenzione e della sua messa in scena

French Blood, l’ultima fatica scritta e diretta da Diastème e presentata in concorso durante quest’edizione del Lucca Film Festival, è una storia di redenzione: Marco Lopez, interpretato da Alban Lenoir, fa parte di una banda di skinhead neo-nazisti, politicamente schierati con il leader d’estrema destra Jean-Marie Le Pen e continuamente implicati in risse e atti di prevaricazione nei confronti di immigrati, dei così detti “Rossi” e di qualsiasi altra minoranza sociale.  Più tormentato e fragile dei suoi compagni di scorribande, Marco darà inizio alla sua espiazione in seguito ad un incontro emotivamente travolgente, quello con il proprietario di una farmacia (impersonato da Patrick Pineau) che lo aiuterà a superare un improvviso attacco di panico. Tra i due nascerà una sincera amicizia, e Marco, malgrado il suo matrimonio con un’attivista politica di estrema destra (Lucie Dubay), si allontanerà sempre più dai suoi vecchi ideali: i cambiamenti corporei ai quali poco a poco decide di sottomettersi (la ricrescita dei capelli, l’eliminazione dei tatuaggi che costellavano la sua pelle) testimoniano un voltafaccia interiore altrettanto importante.
In primo luogo è importante sottolineare che non sono certo molti i film francesi attinenti ad un argomento del genere, e il lungometraggio di Diastème merita ancor più attenzione se si considera la struttura temporale che scandisce la narrazione: la vicenda di Marco copre ben 20 anni, che vengono affrontati tenendo conto delle evoluzioni storiche e sociali a cui la Francia è andata incontro durante quel lasso di tempo. Ma se da un punto di vista culturale e per così dire documentaristico questa scelta permette di tratteggiare un quadro complessivo impossibile da tracciare con un racconto sincronico, presenta non pochi svantaggi se dall’evoluzione storica si passa a considerare quella che prende piede in Lopez: è davvero molto credibile che anche le redenzioni più drastiche e filantropiche scattino per un interesse che  è meramente egoistico (basti pensare alla conversione attraversata da Derek Vinyard in American History X, e che in French Blood prende le mosse da un traumatico attacco di panico e dal bisogno dell’Altro perché esso possa allentare la sua stretta), ma la maturazione del personaggio di Marco manca del tessuto connettivo necessario alle sue varie tappe, rischiando spesso di sconfinare in una retorica spicciola. Anche il contrasto tra la rivoluzione interiore di Marco e la sua ostinazione a conservare (quando non ad ampliare: basti pensare alla nuova fiamma Corinne) la sua cerchia di amici reazionari non viene argomentata a dovere.
Sono poche le scene veramente memorabili del film, una su tutte quella che precede l’attacco di panico di Marco, e che ce lo mostra fissare con insistenza sempre maggiore una famiglia di extracomunitari e una coppia madre-figlio durante un viaggio in autobus: la macchina da presa indugia sapientemente sul suo volto e riesce a catturare le espressioni sempre più minacciose che lo lambiscono. Verso la fine del film, con un ricorso che ricorda quello di Shame e il gioco di sguardi tra Brandon Sullivan ed una pendolare, Marco rincontrerà la madre e il bambino, ma forse sarà lui a non essere più lo stesso.
Forte di interpretazioni attoriali complessivamente buone anche se talvolta eccessivamente cariche, French Blood  è uno di quei film più importanti che belli, e che speriamo possa rivelarsi un’occasione per approfondire questo tema nell’attuale panorama cinematografico francese.

Ginevra Ghini

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