Franco Battiato, i migliori anni

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La Musica, il Cinema, l’Arte

Passammo l’estate
Su una spiaggia solitaria
E ci arrivava l’eco di un cinema all’aperto.
“Summer on a Solitary Beach ”
Franco Battiato

A chi spetta l’impegnativa definizione di genio, a ventunesimo secolo inoltrato? Tendenzialmente, assodata la perniciosa tendenza alla massificazione dei tempi che viviamo, si sarebbe tentati di rispondere nessuno. O almeno molto pochi. E’ necessario tornare indietro di qualche decennio – diciamo quattro – per ricominciare a trovare qualche traccia di “genialità”. Gli anni ottanta – sempre loro – sono stati, musicalmente parlando, il periodo dell’affermazione definitiva di Franco Battiato nel panorama nostrano ed internazionale. E, quasi a sua insaputa, il cantautore siciliano ha dato, nel corso della propria articolata carriera un’altra definizione di genialità, stavolta commisurata alla sete di conoscenza. Ecco, Franco Battiato è sempre stato animato, nel corso della propria esistenza, da un’insopprimibile voglia di sapere. Una caratteristica personale che lo ha condotto a cercare contatti con altri paesi e culture, confrontarsi con altre forme di espressione artistica, alla ricerca di una possibile (o impossibile. Chi può dare una risposta compiuta?) forma di altissima armonia artistica capace di dare ordine al caos del mondo.
Oggi, 18 maggio 2021, dopo una lunga malattia è scomparsa una personalità estremamente differente del mondo culturale italiano. In un periodo di assoluta, forse persino inconsapevole, volgarità che attanaglia il nostro paese, appare quasi una contraddizione in termini. Un uomo fuori dal tempo al quale qualcuno ha voluto affibbiare l’etichetta di ieratico santone dall’aria un po’ snob. Dimenticando che ogni uomo ha tutto il diritto di essere diverso da una concezione, omologante, di massa. Una originalità dimostrata anche nella sua evoluzione musicale. Gli anni settanta come periodo d’incubazione di canzoni sperimentali, gli anni ottanta a cercare (trovandola) la chiave di un processo in cui si univa la musica popolare a quella sofisticata, dando vita a testi il cui il criptico significato poteva allignare nella soggettività di ascolto. Dove le singole canzoni erano in grado di creare un atmosfera del tutto particolare, capace di generare indissolubili ricordi di vita nelle persone che al tempo le ascoltavano. Inutile dunque sottolineare l’importanza di album della portata de “La voce del padrone” (1981), da poco rieditato in occasione del quarantennale. Da tramandare a futura memoria.
Ma Franco Battiato non è affatto presenza stonata tra le virtuali pagine di una rivista che si occupa di cinema. La sua voglia di percorrere nuovi sentieri lo ha portato anche a cimentarsi dietro la macchina da presa, lasciando in eredità tre lungometraggi personalissimi come Perdutoamor (2003), Musikanten (2006) e Niente è come sembra (2007). Pur senza eguagliare il successo delle sue composizioni musicali, tre film intrisi rispettivamente di pregnante autobiografia, sincera melomania (Ludwig van Beethoven, sulla cui figura è incentrato Musikanten) e filosofia esistenziale. Tre opere importanti perché raccontano moltissimo del Franco Battiato intimo, oltre il personale campo di riferimento musicale. Ma è interessante anche valutare come le canzoni di Battiato siano state “adottate” da autori cinematografici di assoluto rilievo e da loro usate come elementi attivi nei propri film. In Palombella rossa (1989), ad esempio, Nanni Moretti – tramite il suo alias cinematografico Michele Apicella – si produce addirittura in un’esibizione estemporanea della canzone “E ti vengo a cercare”, il quale testo riassume alla perfezione assieme sia il disagio che la resilienza del protagonista, intrappolato in un loop socio-politico attraverso la metafora dell’eterna partita di pallanuoto, degna di rappresentare la stasi di un paese intero. Ancora oggi più che mai, a distanza di oltre trent’anni.
La cifra distintiva dell’Arte di Franco Battiato, omettendo per ragioni di spazio le sue escursioni nel mondo del teatro, dell’opera lirica e finanche nella pittura, è sempre stata improntata ad una incessante ricerca antropologica. Una fascinazione totale per il mistero insito nell’Uomo, nel suo linguaggio e nelle proprie manifestazioni culturali. Ora che non c’è più possiamo a ragione inserire Franco Battiato come parte integrante di tale, monumentale e sterminato, processo. Partito contestualmente alla nascita del consorzio umano. Una ricerca che non finirà mai, anche se il numero delle persone direttamente coinvolte va sempre più assottigliandosi. Purtroppo.

Daniele De Angelis

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