Slow Life

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7.0 Awesome
  • voto 7

Indiano metropolitano

Se molti anni fa Franco Battiato cantava (e auspicava) un’altra vita, ben diversa – in senso chiaramente peggiorativo – è la situazione di Lino Stella, protagonista di Slow Life, ultima fatica registica del prolifico autore indipendente Fabio Del Greco. Definizione, quella di autore, non usata a sproposito oppure in senso iperbolico, poiché Del Greco ha ampiamente dimostrato di coltivare una propria, riconoscibilissima, poetica, oltre all’adozione di un metodo di lavoro ormai definito in cui si appoggia ad una vera e propria factory. Un cinema autarchico e anarchico capace di lasciare il segno, anche a prescindere da alcune scelte narrative un po’ prevedibili e di una messa in scena inevitabilmente portata a fare di necessità virtù.
Lino Stella, in nuce novello Travis Bickle di scorsesiana memoria, è prigioniero della sua stessa esistenza. Un lavoro impiegatizio che gli garantisce la mera sopravvivenza ma pure uno stato di alienazione pressoché permanente. Decide di concedersi allora un periodo di ferie per dedicarsi alla sua vera passione, disegnare fumetti. Si troverà però a prendere coscienza, una volta fuori dalla sua comfort zone dettata dalla routine, di un mondo a dir poco ostile, pronto non solo a rifiutare il tentativo di inserimento in un contesto sociale differente ma anche ad insidiargli il poco che possiede.
Slow Life si potrebbe interpretare alla stregua di un originale, tardivo e nerissimo, coming of age. Le immagini d’epoca in super 8 del prologo – che in seguito torneranno periodicamente, a fungere da punteggiatura “filosofica” del film – a raffigurare la famiglia di Stella e non solo in momenti di serenità balneare, segnano uno scarto inevitabile con la realtà contemporanea, schiava di egoismo e smodato desiderio di successo economico. Stella si posiziona metaforicamente nel campo di battaglia, pronto alla resilienza ad oltranza. Ma la sua è una lotta persa in partenza, accerchiato com’è da burocrazia (le tristemente note cartelle esattoriali “impazzite”), fidanzate fedifraghe ben disponibili al tradimento, editori di fumetti che badano solamente al lucro infischiandosene bellamente della qualità nonché imprenditori volgari e rapaci determinati a mettere le mani, in qualunque modo possibile, sul suo appartamento vista mare sul litorale romano. Una “guerra privata” che culminerà con una ribellione violenta nel cui corso il sangue non mancherà di scorrere.
Del Greco guarda, non solo come forma ma anche nell’ambientazione, al cinema iperrealista di Claudio Caligari, cogliendone appieno il pessimismo di fondo. Le numerose soggettive presenti nel film, a sposare il punto di vista di Stella, sottolineano con vigore l’atmosfera di follia parossistica di cui è permeata l’intera narrazione. Una galleria di personaggi negativi che sfila sotto la sguardo prima attonito poi perfettamente consapevole del protagonista, il quale alla fine deciderà di prendere finalmente in mano le redini della propria vita. E se qualcuno potrà disapprovare, eticamente, le modalità estreme scelte per esplicitare tale conflitto nondimeno non potranno non apprezzare il surreale dialogo finale tra Stella e la balenottera (di sesso maschile, almeno a giudicare dalla voce) incontrata durante la fuga in mare aperto. “Preferisco il rumore del mare”, dai versi immortali di Dino Campana.
Culmine narrativo dove la vita lenta di Slow Life diviene quasi un’invocazione disperata, un invito perentorio a godersi la vita attimo dopo attimo senza pensare a quegli orpelli che quasi sempre significano fittizio benessere personale ma soprattutto prevaricazione a danno di altri. Una condivisibile istanza portata meritoriamente avanti da Del Greco senza alcuna evidente connotazione socio-politica, anzi mettendo al centro del discorso la singolarità dell’individuo. Uno come tanti Lino Stella, di quelli che passano inosservati tra la folla. Almeno fino al momento in cui non giungono al classico “punto di rottura”.

Daniele De Angelis

Il film è disponibile per la visione sulla piattaforma IndieCinema

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