Fantasy Island

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4.0 Awesome
  • voto 4

Fantasie depresse

Esistono film che, pur partendo da premesse intriganti, si sgonfiano a poco a poco come un palloncino in progressiva perdita d’aria. Se infatti l’idea a monte di Fantasy Island non è geniale, poco ci manca. Prendere un telefilm assai in voga a cavallo tra gli anni settanta e gli ottanta, rispondente al titolo Fantasilandia per le platee televisive italiane, e trasporlo in chiave horror-thriller cinematografica. L’isola dei desideri, con morale inclusa, che diviene il resort degli incubi. Ci si aspetterebbe allora un lungometraggio che desse libero sfogo alle fantasie più perverse, animato da una computer graphics magari non invadente ma pronta a dare forma a terribili manifestazioni di pensiero, oltre qualsivoglia immaginazione. Fatale errore di valutazione. Per il semplice motivo che non si sono fatti i conti con il classico oste. Il simbolico “padrone di casa” a livello produttivo, nella fattispecie, è l’ineffabile Blumhouse di Jason Blum. Uno che prima pensa al guadagno, poi a tutto il resto. E stavolta il resto è davvero cosa alquanto miserella. A cominciare dalla regia, affidata a quel Jeff Wadlow avente già dato negativa prova delle sue capacità con il puerile Obbligo o verità (2018), sempre realizzato in ambito Blumhouse. Se la sfida era riuscire a far peggio del precedente lungometraggio, ebbene Wadlow l’ha vinta. Di misura, ma senza potersi appellare ad un giudizio arbitrale in assoluto imparziale.
Lo stesso Wadlow andrebbe poi inserito nella lista dei ricercati “dead or alive” per aver firmato una sceneggiatura – scritta assieme ai sodali Jillian Jacobs e Christopher Roach – pedestre e sconclusionata come pochissime altre volte si è visto in un’opera comunque di non trascurabile budget produttivo. Parlare di pigrizia narrativa nel mettere in scena le pseudo-fantasie dei giovani e meno giovani personaggi in questione sarebbe addirittura eufemistico; mentre trattare un’icona del cinema di genere come Michael Rooker alla stregua di un pazzoide filantropo che si aggira per l’isola senza alcun senso è davvero peccato imperdonabile. Ed è proprio nel momento in cui i personaggi principali dovrebbero assumere una certa tridimensionalità – espressa, si fa per dire, attraverso lo scavo nelle loro paure più profonde – che Fantasy Island crolla sotto il peso di ambizioni mai realmente messe a fuoco, del tutto incapace di guardare a modelli alti del passato quali ad esempio il sempiterno cult Il mondo dei robot (1973) di Michael Crichton, autentico apologo sui rischi della fatale commistione tra tecnologia e sete di divertimento realistico. Una rappresentazione di realtà virtuale, quella di Fantasy Island, che lascia lo spettatore al di fuori del gioco, ospite completamente indesiderato. A nulla servono, anzi peggiorano la già compromessa situazione, gli assurdi spiegoni messi in pratica dall’anfitrione Mr. Roarke (interpretato da quel Michael Peña deputato a sostituire, con esiti assai rivedibili, il fascinoso Ricardo Montalban del telefilm), tesi a chiarire il caos più totale. Mentre sul resto del cast, ad eccezione di Maggie Q. per meriti solo estetici, meglio stendere il classico velo, stavolta impietoso.
Fantasy Island, con le sue bionde prosperose in bikini, i suoi guerrieri armati ed immortali, i suoi mostri in apparizione casuale, sarebbe potuto diventare almeno un curioso oggetto trash, visto che paura e suspense latitano in maniera indecorosa; niente di tutto questo, invece. E nemmeno merita l’appellativo di horror per teenager, così familiare in seno alla Blumhouse, dato che del suddetto genere non vi è praticamente traccia e gli adolescenti si spera abbiano di meglio da fare che perdere quasi due ore del loro tempo recandosi a vedere Fantasy Island. Il cui epilogo demenziale, a segnare un ipotetico ricongiungimento con il telefilm originario, suona pure a dir poco beffardo. Nei confronti di tutti coloro che, all’epoca, se ne erano invaghiti. Tristezza profonda…

Daniele De Angelis

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