Una preziosa eredità
Attrice, regista, pedagoga, Ewa Benesz è una delle ultime testimoni e interpreti viventi dell’esperienza del Teatr Laboratorium di Jerzy Grotowski, tra i pochi allievi diretti ad aver proseguito, per decenni, il cammino del Parateatro. Dopo essere fuggita dalla Polonia durante la legge marziale degli anni ’80, si stabilisce in Italia, dove per oltre quarant’anni ha portato avanti il suo lavoro sull’attore, attirando allievi da tutta Europa e non solo. Depositaria di una conoscenza teatrale radicale fondata sull’esperienza diretta, sul corpo, la relazione e il rito, oggi, alla soglia dei suoi 80 anni, Ewa si prepara a compiere una scelta profonda e irreversibile: interrompere il suo lavoro, congedarsi dai suoi allievi e lasciare la sua casa nelle campagne della Sardegna per tornare nella sua terra d’origine, la Polonia, a Lublino, chiudendo un ciclo di esperienze che ha segnato profondamente chi ha avuto il privilegio di lavorare con lei. E sono queste fasi umane e professionali il fulcro e il cuore pulsante del racconto di Ewa – The Last Lesson, il documentario firmato a quattro mani da Federico Savonitto e Andrea Mura, presentato in anteprima mondiale nel concorso italiano della 21esima edizione del Biografilm.
La pellicola è il risultato di oltre quindici anni di collaborazione tra i registi e la protagonista, un rapporto che traspare dalla grandissima attenzione che il duo dietro la macchina da presa ci ha messo nel confezionarla. Confezione che ha goduto e potuto contare per dare forma, sostanza e compattezza alla mole di materiale a disposizione, sul contributo del montaggio di Nicolò Tettamanti e Jacopo Quadri, quest’ultimo tra l’altro autore in veste di regista di una serie di ritratti dedicati ai grandi del teatro, tra cui La scuola d’estate su Luca Ronconi e Il paese dove gli alberi volano su Eugenio Barba. Dunque chi meglio di lui poteva prendere parte a un progetto che dal canto suo va proprio a inserirsi in questa importante galleria di ritratti, offrendo al pubblico esperto e no un’occasione di scoperta o riscoperta di una donna fuori dal comune, che ha dedicato la sua vita alla ricerca spirituale e all’impegno incrollabile nel lavoro teatrale. Il ché fa di Ewa – The Last Lesson un documento prezioso in termini di memoria testamentale presente, passata e soprattutto futura, al quale spetta il compito di custodirla e di essere a sua volta strumento di trasmissione e conoscenza.
L’architettura del documentario sia sul piano narrativo che tecnico segue più o meno alla lettera i dettami e il modus operandi del filone di riferimento, ossia quelli delle biografie di artisti, ad eccezione dell’utilizzo delle classiche interviste frontali, delle quali gli autori hanno deciso già in partenza di farne a meno. Di conseguenza si passa attraverso il pedinamento e l’osservazione nel quotidiano sia privato che pubblico, dalla cui visione e ascolto partono e giungono a destinazione tutte le informazioni utili per venire a conoscenza dell’esistenza e della carriera della Benesz, personalità eclettica dalle tante sfumature e peculiarità che questo biopic dipinge e restituisce nella sua tridimensionalità a 360°. Si palleggia efficacemente nello spazio e nel tempo, con il presente storico del momento vissuto e catturato dalla cinepresa che fa da linea guida alla narrazione, accogliendo al suo interno, incastonandolo in maniera armoniosa e funzionale, footage video e fotografico che rievoca ciò che è stato. E in questo palleggio si passa anche dalla sfera pubblica a quella privata e più intima, facendo dell’avvicinamento e allontanamento dalla protagonista il mezzo con e attraverso il quale transitare da una dimensione all’altra. Ma indipendentemente da quale sia, la cura resta sempre la medesima. Della Benesz, i cineasti colgono l’aspetto pedagogico e contemporaneamente umano, mostrandola durante lezioni, esercizi e laboratori nella scuola per attori mentre lavora con loro su testi, voce, intenzioni e uso del corpo. In questo modo più linee si intersecano creando un film nel film che, oltre alla biografia, diventa essa stessa una lezione di teatro.
Francesco Del Grosso









