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Chemin de terre

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VOTO: 7

Tutto il treno è Paese

Chi almeno una volta nella vita è stato in Etiopia o ne conosce la storia sa quale rilevanza e importanza per il Paese rivesta la vecchia ferrovia a scartamento metrico Addis Abeba-Gibuti (conosciuta anche come ferrovia Etio-Gibuti), costruita dai francesi tra il 1894 e il 1917 e ancora oggi in funzione. Insomma un vero e proprio orgoglio nazionale. Ormai tecnicamente obsoleta e strutturalmente fatiscente, la linea in questione da qualche anno però rischia la chiusura e la sospensione del servizio per diventare un polo museale a cielo aperto e un’attrazione turistica. La causa principale, oltre alle carenze e le criticità di cui sopra, è la presenza non molto lontano di una nuova linea high-tech a scartamento ordinario realizzata tra il 2011 e il 2016 da una cordata formata dal Gruppo ferrovie della Cina e dalla China Civil Engineering Construction Corporation che copre la medesima tratta accorciando i tempi di viaggio dalla capitale etiope al mare di quasi l’85%. Eppure l’antica ferrovia continua a resistere, in un autentico atto di resilienza che ha dell’eroico. Ed è ad esso e ai suoi artefici che è dedicato Chemin de terre, il nuovo documentario di Simon Desjobert, presentato tra gli eventi speciali della 21esima edizione del Biografilm.
Il cineasta francese e la sua macchina da presa ci portano nelle officine semiabbandonate dove continuano stoicamente a lavorare quei pochi dipendenti ancora in busta paga. Tra questi ci sono gli operai Goshou, Berhanu e Basha, che lottano ogni giorno per far viaggiare il loro treno attraverso 207 chilometri di deserto, lungo un percorso che richiede più di dieci ore. Nel film del regista parigino assistiamo quindi allo scontro assolutamente pacifico, ma impari in questo caso, tra il vecchio e il nuovo, tra l’antico e il moderno, tra ciò che è stato e prova a continuare ad essere e il progresso che irrompe e avanza inesorabile in nome del futuro.
Questa “lotta” quotidiana diventa il cuore pulsante di un racconto immersivo che fa dell’osservazione rigorosa il proprio strumento di esplorazione, sia nel campo base che tra le carcasse arrugginite dei convogli in disuso o a bordo di quello sopravvissuto attualmente in servizio. Il risultato è un pedinamento del e nell’oggetto in questione, ma anche delle umanità a esso collegate che restituisce uno sguardo antropologico nel quale si riflette un Paese e un popolo intero Chemin de terre ne rispetta, asseconda e rispecchia i colori, le atmosfere e sopratutto i tempi fisiologici blandi che caratterizzano quel mondo. Il ché non gioca di certo a favore del ritmo del montaggio, del racconto e di conseguenza della sua fruizione, ma questo tipo di aderenza e fedeltà alla realtà consente alle immagini e alla narrazione di consegnare allo schermo un ritratto vero e onesto, a tratti poetico e romantico.

Francesco Del Grosso

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