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Enys Men

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VOTO: 7

Là dove crescono i licheni

Nonostante da anni non si producano più opere in analogico, con questo che ha lasciato quasi definitivamente spazio al digitale, c’è chi tra gli addetti ai lavori e non che erroneamente continua ad utilizzare il termine pellicola per indicare un film. Tecnicamente dunque non si tratta più come in passato di sinonimi, motivo per cui il dizionario dovrebbe essere aggiornato una volta per tutte con l’esatta terminologia. Correzione, questa, che probabilmente non è stata ancora apportata in quanto c’è ancora una sacca di resistenza che proprio non ne vuole sapere di issare bandiera bianca e continua, con quei pochi metri di bobina che si possono ancora trovare in circolazione, a realizzare prodotti in pellicola. Tra questi figura lo stoico regista indipendente Mark Jenkin, filmmaker a tuttotondo che inarrestabile continua a realizzare i suoi lavori sulla breve e lunga distanza con una cinepresa 16mm, la stessa con la quale ha dato vita alla sua ultima fatica dietro la macchina da presa dal titolo Enys Men, presentata in concorso al 32° Noir in Festival dopo l’anteprima mondiale nella sezione Quinzaine des Réalisateurs della 75esima edizione del Festival di Cannes e passaggi in altre kermesse prestigiose come i festival di Londra e del Sitges.
Nel suo terzo lungometraggio, riavvolgendo le lancette dell’orologio sino al 1973, il cineasta britannico ci porta nella sua Cornovaglia al seguito di una volontaria che si stabilisce da sola su un’isola disabitata al largo della costa per circa un mese. Da qui il titolo del film, che nella lingua locale significa appunto “isola di pietra”. Il suo compito è quello di osservare quotidianamente un fiore raro, un lavoro sulla carta semplice che si trasforma progressivamente però in un percorso metafisico che costringe la protagonista a interrogarsi su ciò che si rivela reale e ciò che appare come un incubo.
Ora leggendo la sinossi e assistendo per intero al film non si ha e non si avrà l’esatto codice genetico dell’opera in questione. Viene da sé che non sarà possibile collocarla con precisione nel ventaglio dei generi. Bisognerà di conseguenza circoscriverne il DNA a una storia di fantasmi, quelli del passato suo e dell’isola con i quali la protagonista si troverà a fare i conti nel corso della permanenza su quel lembo di terra perso nel mezzo del nulla, dove le giornate sembrano scorrere tutte uguali, ma solo in apparenza. Tant’è vero che la routine fatta di azioni giornaliere e ripetitive, avvolte nella foschia, nella nebbia e vissute in piena solitudine, viene completamente sconvolta dall’irrompere di eventi che tramutano il tutto in un incubo ad occhi aperti. Per caratteristiche, stilemi, atmosfere, modus operandi e ambientazioni, Enys Men si colloca nel revival dell’horror popolare contemporaneo, quello che fa capo al filone del cosiddetto folk horror al quale rende omaggio, ma senza raggiungere però i livelli di Midsommar di Ari Aster, In the Earth di Ben Wheatley e Don’t Look Now di Nicolas Roeg.
I frequenti passaggi tra reale e metafisico ai quali l’autore sottopone un plot drammaturgicamente e narrativamente scarno per scelta rendono Enys Men un film che sfugge volutamente al classicismo, tantomeno alle sue regole basiche per quanto concerne la scrittura e la messa in quadro. La rottura della linearità cronologica a favore di una frammentazione e di una scomposizione temporale degli eventi, esasperati ulteriormente da un montaggio ellittico, trasforma la visione in un’esperienza audiovisiva imprevedibile, immersiva e sensoriale, alla quale la confezione tecnica e formale dal sapore volutamente vintage e il pregevole lavoro di sound design contribuiscono in maniera determinante. Jenkin con uno stile unico, scrive, dirige e monta il film, oltre a curarne la fotografia e il suono, come fatto anche nel precedente e pluridecorato Bait. Un assolo registico e artistico che va di pari passo con un assolo attoriale, con Mary Woodvine che si carica sulle spalle e senza potere contare sui dialoghi, anch’essi ridotti all’osso, la complessa interpretazione della volontaria senza nome protagonista di un’opera che di commerciale a davvero poco da offrire. Il ché probabilmente renderà il percorso extra-festivaliero proibitivo, tenendo la pellicola lontana da una circuitazione classica e regolare. Un destino distributivo già scritto, del quale il regista è già consapevole, ma non rassegnato. L dimostrazione è il suo proseguire artisticamente in direzione opposta e contraria con opere personali, che non seguono le mode del momento e non si vogliono adattare ai cambiamenti tecnologici in divenire.

Francesco Del Grosso

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