Engineer Fedorovich

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7.5 Awesome
  • voto 7.5

Ricordi

Sono le mani incerte e rugose di una donna anziana che, percorrendo i bordi di una vecchia fotografia all’interno di un album e cercando invano di ricordare come poteva essere il volto e la pettinatura della donna ritratta, ci vengono mostrate in apertura del tenero cortometraggio documentario Engineer Fedorovich, diretto nel 2018 da Elena Murganova e presentato in anteprima italiana durante la cinquantacinquesima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro, all’interno della sezione dedicata alle registe russe contemporanee.

Un cortometraggio, il presente, che si rivela sin da subito assai personale per la giovane cineasta russa, in quanto la protagonista – Nina Iosifovna Fedorovich – è proprio sua nonna, una tenera ma volitiva vecchietta novantaseienne ormai diventata completamente cieca. Ed è proprio il complesso discorso sull’impossibilità di vedere e sul rischio di perdere i propri ricordi ad aprire il presente lavoro, per una conversazione tra nonna e nipote estremamente intima e personale.
Rispondendo, dunque, alle domande della nipote, Nina ripercorre brevemente la propria vita, dal desiderio iniziale di diventare ballerina, fino agli studi in ingegneria, alla sua brillante carriera e ai suoi turbolenti amori. La regista, dal canto suo, scavando all’interno del proprio passato, tenta, in qualche modo, di ritrovare sé stessa, di conoscere meglio le proprie origini attraverso un rapporto tanto unico e prezioso.
Al via, dunque, inquadrature di mani costantemente in cerca di qualcosa, dettagli di oggetti appartenenti alla donna posti su mobili polverosi, primi piani di vecchie lettere scritte a mano, piccole animazioni in stop motion realizzate con una bambola di casa e, non per ultimi, disegni fatti a mano, che tanto stanno a ricordare quelli di una bambina, ad accompagnare la voce calma e tranquilla di Nina.
Elena Murganova, pur realizzando un lavoro estremamente personale, ha optato per una messa in scena che ben sa mixare i differenti effetti visivi, finalizzata a creare, nel suo piccolo, un linguaggio a suo modo nuovo. Un linguaggio, il presente, che per la sua voglia di innovazione ben rispecchia la stessa personalità della protagonista, una delle prime donne, durante la sua epoca, a diventare ingegnere. Sullo sfondo – ma soltanto lievemente accennata – la dittatura staliniana che, a suo tempo, ha fatto sì che il padre di Nina venisse fucilato e sua madre arrestata.
Ci viene mostrato soltanto nella seconda metà del lavoro, il volto della protagonista. Un volto che, evidentemente segnato dal tempo, sembra custodire un inimmaginabile numero di segreti, per una vita all’insegna dell’anticonformismo e della determinazione, sofferente, ormai, a causa della sopraggiunta cecità.
Solo in chiusura del cortometraggio, quando la regista chiede alla nonna se può poggiarle una mano sul cuore, ci rendiamo conto davvero di quanto questo passato messo in scena sia significativo per la Murganova. E se questo suo raffinato lavoro colpisce per la cura con cui è stato messo in scena, ci rendiamo conto che è proprio questo personalissimo e delicato tema trattato a renderlo tanto speciale.

Marina Pavido

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