California Company Town

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8.0 Awesome
  • voto 8

Paradiso perduto

Tra i nomi maggiormente da tenere d’occhio per quanto riguarda la cinematografia contemporanea, v’è sicuramente quello di Lee Anne Schmitt, giovane documentarista californiana a cui è stata dedicata una personale in occasione della cinquantacinquesima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema di Pesaro.

Particolarmente degno di nota, a tal proposito, è il documentario California Company Town, girato interamente in 16mm, la cui lavorazione è stata terminata nel 2008 dopo ben cinque anni di riprese attraverso l’intera California. Da sempre attenta alle più spinose questioni politiche e sociali – oltre, ovviamente, a fatti riguardanti in modo diretto la sua terra – Lee Anne Schmitt ha voluto raccontarci, in questo suo importante e prezioso lavoro, le vergognose condizioni di piccole cittadine della California – inizialmente pensate per divenire dei luoghi curati, immersi nella natura, seguendo appieno i canoni del cosiddetto sogno americano – abbandonate a loro stesse, dalle stesse industrie che ne avevano promosso la fondazione. Sono questi luoghi come i suggestivi Salton Sea e la Silicon Valley, in cui, come di consueto, la mano dell’uomo ha lasciato un segno indelebile. In senso negativo.
Analogamente a quanto ha fatto il documentarista austriaco Nikolaus Geyrhalter nel 2019 con il suo Earth, in questo suo lavoro di denuncia, dunque, Lee Anne Schmitt ha optato per una messa in scena al limite dell’essenziale e con una forte impronta contemplativa, al punto da ricordarci, a tratti, i lavori del collega James Benning. Eppure, la giovane regista californiana è riuscita, a suo modo, a dar vita a un linguaggio tutto nuovo.
Sono lunghi piani sequenza, in California Company Town, a fare da padroni assoluti, durante i quali, di quando in quando, sono commenti vocali fuori campo – tramite registrazioni di Ronald Reagan, di César Chavez o anche della regista stessa – a renderci un quadro esaustivo della situazione, grazie anche a inserti di filmati di repertorio in cui ci vengono mostrati i suddetti lavori appena iniziati.
Al di là delle chiare intenzioni di denuncia, al di là delle tristi e, a volte, rassegnate riflessioni circa il destino della nostra terra, non si può non evincere, a seguito della visione del presente lavoro, un forte, fortissimo amore da parte della regista stessa nei confronti dei suoi luoghi. E così, cariche di malinconico affetto ci appaiono le numerose inquadrature di luoghi desolati, insieme a paesaggi alquanto suggestivi, in cui è un religioso silenzio a fare da protagonista assoluto. Un silenzio che sta quasi a suggerirci che la natura, senza “intrusione” alcuna da parte di esseri umani, davvero non ha bisogno di null’altro per raggiungere la perfezione.
Con questo suo lavoro, Lee Anne Schmitt è riuscita ad affermarsi definitivamente come una delle documentariste maggiormente capaci e intuitive della sua generazione. Malgrado la sua giovane età, la cineasta vanta una carriera particolarmente ricca e prolifica, che, nel corso degli anni, di belle sorprese ce ne ha riservate davvero tante.

Marina Pavido

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