Amarsi da morire
Sulla scia dei giudizi non particolarmente incoraggianti giunti alle nostre orecchie dalle ultime edizioni del Sitges e del SXSW Film Festival, dove Elizabeth Harvest ha fatto la sua comparsa nelle rispettive line-up delle kermesse catalane e texane, la nuova pellicola scritta e diretta da Sebastian Gutierrez è approdata sugli schermi del 18° Trieste Science + Fiction Festival. Ed è nel fuori concorso della kermesse giuliana che abbiamo avuto la possibilità di recuperare il settimo lungometraggio del cineasta venezuelano, i cui esiti confermano purtroppo le voci di corridoio. La visione mette a nudo i molti limiti e i pochi punti forza presenti, con i secondi che non riescono a riportare il tutto sulla linea di galleggiamento della sufficienza.
Quella che va in scena è una moderna versione della fiaba francese di Barbablù, in cui un aristocratico uxoricida deve affrontare la nuova moglie che non vuole incorrere nel fato delle precedenti. Elizabeth, novella sposina, arriva col marito Henry, un brillante scienziato, nell’isolata dimora di lui, dove resta a bocca aperta davanti a tavole imbandite sontuosamente e alla sfarzosa proprietà. I domestici, Claire e Oliver, la trattano con ossequio, ma lei non riesce a scrollarsi di dosso l’impressione che qualcosa non vada. Henry le spiega che tutto ciò che è suo è ora anche di Elizabeth: tutto eccetto quella stanza sigillata in cui le è proibito entrare. Quando il marito parte per lavoro, Elizabeth decide di investigare: scoprirà di non essere la persona che credeva.
Elizabeth Harvest è un film di forma più che di sostanza narrativa e drammaturgica, dove l’estetica, da sempre carattere salvifico nel e del cinema del regista di Caracas, appare come l’elemento di maggiore rilievo, dal quale germogliano le note positive dell’orchestrazione. Ciò crea i presupposti per l’ennesima prova sulla lunga distanza che ha nella confezione l’ingrediente pregiato della ricetta, con la fotografia e il montaggio impegnati a finalizzare ed esaltare le soluzioni visive disegnate scena dopo scena dal regista. Da parte sua Gutierrez fa il possibile e gli attori chiamati in causa fanno il loro davanti la macchina da presa, ma il lavoro di messa in quadro pregevole nella composizione e nella gestione dello spazio, così come quello interpretativo dei vari Abbey Lee, Ciarán Hinds e Carla Gugino nei ruoli che gli sono stati affidati, a conti fatti vengono vanificati da una scrittura altalenante e incerta nella direzione da percorrere. Un vero peccato perché le atmosfere morbose e ansiogene, al limite del claustrale, quando vengono innescate fanno salire l’asticella della suspence. Più che ad un filone, ad un colore e ad un macro-genere si tenta la via dell’ibridazione, ma gli elementi chiamati in causa, ossia il thriller, la fantascienza e le venature horror fanno fatica a matchare. Il primo a risentire del tentativo non andato a buon fine è lo script, tallone d’Achille e scoglio insormontabile che innesca un’irreversibile reazione a catena. Ciò fa della sceneggiatura la vittima e allo stesso tempo il carnefice.
Francesco Del Grosso









