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Don’t Cry Butterfly

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VOTO: 8

Pioggia sulle ali delle farfalle

Tra i titoli presentati al “Vietnam Day” della 22esima edizione dell’Asian Film Festival, il film – in concorso – Don’t Cry Butterfly di Duong Dieu Linh, già vincitore della Settimana della Critica alla Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica 2024. Una scoperta intrigante, un film che mescola horror soprannaturale e folklore vietnamita, al tempo stesso ben radicato nella realtà di un sistema patriarcale che la regista critica sottilmente attraverso un viaggio inquietante e surreale.

Tradotto con Don’t Cry Butterfly, il titolo originale Mưa trên cánh bướm significa letteralmente “pioggia sulle ali delle farfalle”; metaforicamente, la farfalla rappresenta la donna, dal nome che viene dato proprio al suo organo genitale, come spiega Ha, la figlia della protagonista, all’amico di sempre in un confronto che mostra chiaramente il ruolo principale del maschio per la discendenza famigliare e quello minore della donna nella società vietnamita. Ma nel lungometraggio di Duong Dieu Linh c’è molto altro: la difficoltà di mantenere vivi i rapporti matrimoniali di lungo corso, la solitudine e l’incomunicabilità all’interno della stessa famiglia, rimasta tale solo di nome, priva ormai del calore del fuoco di Vesta, la dea romana del focolare domestico, il ricorso al rito magico come unica soluzione. Il fuoco – più che spento – nel film viene annegato dalla pioggia che sommerge la casa, proveniente dallo spirito maligno che si è insinuato nelle crepe del soffitto e che è visibile solo alle donne; uno spirito della casa che anziché proteggerla dai pericoli esterni, ruolo che hanno nella tradizione romana Lari e Penati, la infesta, distruggendo la già fragile stabilità del nucleo famigliare, nonostante (o forse giustappunto per) i riti operati dalla Maestra esoterica interpellata da Tam, la protagonista, per riconquistare l’armonia con il marito prima e costringere la figlia (desiderosa di iniziare una nuova vita all’estero, in Europa) a non partire.

Tam è una donna moderna, lavora con successo come wedding planner; di ritorno da un matrimonio, scopre – tramite la Tv – il tradimento del marito, ‘paparazzato’ allo stadio con una giovane donna. Geniale l’idea della telecronaca della partita mescolata con quella della descrizione del tradimento, messo alla berlina sui social quale becera consuetudine moderna; ironia e tragedia camminano insieme in equilibrio su un filo circense lungo tutto lo svolgimento del lungometraggio, cui la regista aggiunge poco per volta un pizzico di misteriosa magia ed orrore metafisico. Tam si rivolge ad una esperta di rituali magici vista in tv; per propiziare i riti di unione da questa operati, Tam dovrà prendersi maggior cura del proprio aspetto facendo ricorso finanche a dolorose sopracciglia tatuate, a mostrare la difficoltà per la donna di affrontare l’età che avanza in una società dell’apparenza che ci vuole tutte giovani e belle come unica alternativa all’oblio. In parallelo, lo spirito che si annida tra le crepe del soffitto prende sempre più forza e corpo, insidiando la vita di Tam e Ha e totalmente ignorato dal marito, il cui unico interesse casalingo è costituito dalla sua vasca dei pesci; l’horror soprannaturale cresce scena dopo scena, mentre le scene oniriche si confondono con la realtà, dando a Don’t Cry Butterfly un tocco enigmatico e misterioso sino alle sequenze finali.

Michela Aloisi

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