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Divinity

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VOTO: 7

Il siero dell’immortalità

Ci sono registi che artisticamente parlando o li ami o li odi. Eddie Alcazar è sicuramente uno di questi. Lui e il suo modo di fare e concepire la Settima Arte non scendono a compromessi poiché non si adagiano su un approccio e uno stile convenzionali e standardizzati. Di conseguenza le opere che ne derivano possono tanto ammaliare quanto respingere lo spettatore, a seconda dei gusti e soprattutto dell’accettazione oppure no delle regole d’ingaggio richieste. Da questo dipende dunque il giudizio del pubblico nei confronti del sul suo cinema e delle sue creazione, ultima della quali scelta come pellicola di chiusura di Sognielettrici – Festival dell’immaginario fantastico e di fantascienza 2023, la kermesse milanese dove è approdata in concorso dopo diverse tappe nel circuito festivaliero internazionale tra cui quelle alle recenti edizioni del Sitges, del Sundance e di Taormina.
Quella in terra meneghina è stata dunque la seconda apparizione sugli schermi nostrani della sua nuova fatica dietro la macchina da presa dal titolo Divinity dopo quella sicula nella splendida cornice del Teatro Antico lo scorso giugno. Ed è qui che abbiamo avuto la possibilità di vederla e per l’occasione vivisezionarla criticamente. Quanto basta per individuare quelli che a nostro avviso sono i pregi e i punti deboli di un’opera che come la precedente, vale a dire Perfect, ha diviso il pubblico. Se il contestatissimo esordio nel lungometraggio aveva spaccato in due le platee, l’opera seconda, che arriva a cinque anni di distanza e che ha visto il regista di Albuquerque tornare a collaborare nella fase di produzione con Steven Soderbergh, non è da meno.
Controverso ed estremo nei contenuti quanto nel modo in cui vengono veicolati, Divinity è un dramma distopico dalle venature thriller ambientato in un mondo futuristico e capitalista nel quale l’infertilità è al 95%. In una realtà umana ultraterrena, lo scienziato Sterling Pierce ha dedicato la sua vita alla ricerca dell’immortalità, sviluppando lentamente gli elementi costitutivi di un siero rivoluzionario chiamato appunto “Divinity”. Jaxxon Pierce, suo figlio, ora controlla e realizza il sogno un tempo benevolo del padre. La società di questo pianeta arido è stata completamente pervertita dalla supremazia della droga, le cui vere origini sono avvolte nel mistero. Ed ecco fare la loro comparsa due misteriosi fratelli che arrivano con un piano per rapire il magnate e, con l’aiuto di una donna seducente di nome Nikita, saranno avviati su un sentiero che sfreccia verso la vera immortalità.
Al centro dei film di Alcazar c’è sempre la ricerca di qualcosa di inarrivabile, per il quale i personaggi di turno sono disposti a tutto. Se in Perfect un ragazzo viene mandato dalla madre in una clinica speciale per seguire un programma di riabilitazione che lo farà diventare un essere umano perfetto, in Divinity tutte le figure coinvolte sono proiettate alla ricerca spasmodica dell’immortalità. In questo caso è un siero ambito da tutti l’oscuro oggetto del desiderio, i cui devastanti effetti collaterali provocano la mutazione e la distruzione di quei stessi corpi che dovrebbe consegnare all’infinito. Ne sa qualcosa il personaggio interpretato da un irriconoscibile Stephen Dorff, ossia Jaxxon Pierce, che vedrà il suo corpo trasformarsi al punto tale da ricordare il John Merrick di The Elephant Man. Il corpo e le sue trasformazioni sono dunque il baricentro su e intorno al quale ruotano le argomentazioni e il racconto di Divinity. Corpi che come nella filmografia del collega Bruce LaBruce diventano centrali per esplorare la psicologia e la fisicità umana, le distorsioni, le aberrazioni, la carnalità, la sessualità, ma anche per elaborare una critica personale nei confronti della società. Entrambi imbastiscono ed esprimono il proprio pensiero a riguardo mediante film consapevolmente disturbanti e provocatori che in quanto tali lasciano un segno del loro passaggio.
La pellicola in questione non si esime dal farlo e si avvale dei codici e degli stilemi della fantascienza, presi in consegna e plasmati secondo il modus operandi non lineare e per nulla classico che lo contraddistingue e che probabilmente non viene digerito da quella fetta di pubblico che lo rifiuta rispedendolo al mittente. Noi invece preferiamo schierarci dall’altra parte della barricata, estimatori di un cinema come quello di Alcazar che, al netto di fragilità strutturali e limiti nella scrittura, non ha paura di spingersi oltre il convenzionale per sperimentare con e sul linguaggio audiovisivo e attraverso di esso dire la propria. Narrativamente e drammaturgicamente parlando l’opera in sé non dice nulla che non sia già stato detto, presenta in termini di scrittura dei vuoti e delle crepe che non si può fare a meno di evidenziare a cominciare dalla basicità del plot sino ad arrivare alla bidimensionalità e involuzione dei personaggi che lo animano. Tuttavia Divinity trova una sua strada per colpire la retina e insinuarsi nella mente del fruitore. Quel modo è una regia impattante e invasiva che si riversa sullo schermo e di conseguenza su chi lo guarda. Trattasi infatti di un visivamente audace e visionario thriller fantascientifico dal look retrò che fa dell’estetica e di una confezione aggressiva e impattante come nel caso della scena finale della resa dei conti, omaggio tanto alle creature di Ray Harryhausen che allo Street Fighter tanto caro al regista. Scena quella appena citata per la quale Alcazar è arrivato addirittura a coniare il termine “meta-scope” per descrivere la tecnica utilizzata per realizzarla, nella quale il regista unisce live action e stop-motion. Una scena davvero spettacolare che da sola vale il prezzo del biglietto e che esprime tutto l’amore che l’autore nutre nei confronti del mondo del videogiochi, che lo vede spesso nelle vesti di game designer. Il tutto avvolto da un pregevole ed efficacissimo bianco e nero che la fotografia di Danny Hiele ha trasformato in uno dei valori aggiunti dell’intera operazione.

Francesco Del Grosso

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