Divagante #11: THINNER di Tom Holland

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Sedici chili in sette giorni…

Dapprima sono solo delle luci nella nebbia. Si avvicinano lente, inesorabili. Bucano la coltre lattiginosa e si rivelano allo sguardo indiscreto delle «allodole» come fari di una lunga, variopinta e interminabile fila di automobili. I più mattinieri adocchiano i fantasmi che gli vengono incontro con curiosa diffidenza. Anche William Halleck è appostato alla finestra della stanza da letto. Si sta vestendo. E per lui, forse più che per molti altri, il riferimento a quella celebre didascalia murnauniana che deliziò le platee surrealiste è a dir poco azzeccato, perfetto, addirittura profetico. Quei fantasmi rappresentano un rimosso. La sua prosaica quotidianità non contempla l’esistenza dell’estraneo. Il Diverso è un dettaglio insignificante, un bagliore che va e viene tra un’abbuffata, uno spuntino e un olocausto calorico, non dissimile da quei fari che se ne andranno così come sono venuti, reinghiottiti dalla bruma d’una spietata indifferenza. Il Diverso, «Billy» Halleck, lo scruta con occhi distanti, vagamente assopiti. Gli scivola addosso. Non gli dedica che un commento divertito.
«Guarda un po’ chi arriva… Una carovana di zingari». Battuta significativa.
Come significativo è che questa breve ouverture sia più che sufficiente, nella sua asciutta e lineare semplicità, a restituire un’idea piuttosto chiara dei pregi e dei difetti di una piccola occasione mancata. Una gustosa occasione mancata. Un po’ come un piatto che denuncia nella sua piacevolezza imperfetta l’assenza d’un qualche misterioso ingrediente, di una diversa intonazione, magari una spezia, un’erba aromatica, forse un tocco di sapidità. Nel nostro caso, Thinner di Tom Holland (inedito in Italia ma doppiato, e doppiato criminosamente, per la distribuzione in home-video col titolo L’occhio del male, destino analogo a quello del notevole romanzo bachmaniano a cui s’ispira) fluttua pericolosamente tra lampi intriganti, talvolta persino visionari (e ritorniamo ai «fantasmi» che s’avvicinano come lumi nella nebbia), e banalità incomprensibili. Ancor più incomprensibili se pensiamo al cineasta che siede dietro la macchina da presa, quel Tom Holland sul cui talento chi scrive non potrà mai, neppure sotto la più spietata delle torture, avanzare il benché minimo dubbio. Il fatto, vedete, è che stiamo per varcare i confini di quell’intimo giardino segreto dove fioriscono in un ciclo senza fine i film che hanno toccato (e toccano tuttora, con un vigore niente affatto affievolito dal trascorrere degli anni) corde particolarmente profonde nella sensibilità di ogni vero aficionado della Settima Arte. Che li custodisce con la stessa meticolosa attenzione di una madre che sorveglia il figlioletto mentre gioca nel parco dietro casa. Al sottoscritto bastarono i primi tre minuti di Ammazzavampiri, proposto in una seminale proiezione (pardon trasmissione) dall’indimeticabile Zio Tibia per appuntarsi il nome «Holland» su un logoro taccuino à la tenente Colombo. Il fascino dello spunto voyeuristico, l’accuratezza della messa in scena, la rigogliosa urgenza affabulatoria, l’oculata gestione del doppio registro d’orrore e ironia (con cenni di repulsione nobilitati da trucchi ed effetti d’artigianale, d’ineccepibile fattura), l’ingegnosità e la sfrontatezza nel trattare i grandi topoi vampireschi aggiornandoli, omaggiandoli, per partorire un moderno e sublime archetipo di Cinema Dai Denti Aguzzi, non sono per nulla sfioriti col levarsi d’innumerevoli lune. Lo stesso si può dire de La bambola assassina, anch’esso, al pari di Ammazzavampiri, recentemente violentato in un traumatico remake che rappresenta solo una delle molteplici sfaccettature di un degrado, quello di una parte dell’industria hollywoodiana, ancorata, o meglio ancora condannata dalla mancanza di idee e di coraggio a una sorta di rovinosa iconoclastia, a un riciclo corrivo e disonesto, culla di rielaborazioni «corrotte», pedestri quando non oltraggiose (sembriamo un disco rotto, ne siamo consapevoli, ma è pur sempre di sentimenti che trattiamo, di autentico, profondo e struggente amore, e il lettore, o almeno così speriamo, troverà la compiacenza di scusarci).

Certo è che gli anni passano, e passano persino per Holland. L’ispirazione s’inaridisce, il tocco a un tempo fluido e leggiadro viene meno, cadendo inesorabile proprio come una foglia secca che si stacca da un ramo d’albero. Gli esempi sono tanto numerosi – e spesso illustri – da non richiedere ulteriori precisazioni. Ma è indicativo che il regista si approcci al progetto sulla scia de I Langolieri, maldestra trasposizione kinghiana girata back-to-back, o poco ci manca, con l’ambiziosa pellicola in esame. “Chi ha soldi naviga con vento sicuro”, scriveva Petronio. E basta una fuggevole occhiata alla prima parte della «miniserie» (ché per giungere alla seconda sono essenziali dosi massicce di caffeina) per maturare la convinzione, pardon la certezza che sul set si abbatterono venti di tregenda e improvvisi, terribili acquazzoni. A volte l’organizzazione e il talento non bastano a evitare il naufragio (una triste realtà che vale significativamente nel campo del Fantastico). «Tutto dipende dal tempo e dai soldi», si lasciò sfuggire Holland a proposito de I Langolieri. Quanto a Thinner, se le premesse sono migliori, maturate in oltre sette anni di paziente sviluppo, il risultato è comunque destinato a lasciare al palato un sapore dolce-amaro.
Il libro di King, anzi Bachman (questione di lana caprina, d’accordo), è appena giunto sugli scaffali statunitensi (siamo sul finire dell’84, e gli esiti commerciali sono tutt’altro che entusiasmanti) quando un manipolo di aspiranti «Fred Clawson», insospettiti dalle palesi affinità tra le produzioni kinghiane e bachmaniane, smascherano la «burla» e rivelano al mondo intero che Bachman altri non è che King medesimo. Prevedibilmente le vendite s’impennano, e altrettanto prevedibilmente L’occhio del male sancisce le esequie premature dell’aureo alter ego. Amara ironia: rimane forse il migliore tra i libri di Bachman, sebbene si sia ancora nel campo delle opinioni personali, e qualcuno potrebbe legittimamente obiettare che L’uomo in fuga, senza scordare La lunga marcia, siano classici non meno imprescindibili per chiunque si approcci al romanziere del Maine.
Fatto sta che non passa molto tempo prima che Michael McDowell (già autore di Beetlejuice) rediga un primo script sulle vicissitudini di Halleck, leviatano delle aule di tribunale che investita sull’onda di bagordi gastronomici la figlia d’un anziano e sinistro «capo zingaro» (la moglie, vedete, gli sta rendendo un servizietto al di sotto della cinta, e il Nostro è per così dire troppo preso per fissare la carreggiata), viene da questi maledetto e condannato a consumarsi, ovvero a perdere peso fino quasi a «scomparire». Lo spunto è da horror morale, perché se il vecchio e pittoresco (sin troppo pittoresco) «stregone» lo maledice è per via delle amicizie altolocate (cui sono riservati anatemi ancor peggiori) che insabbiano la vicenda risparmiandogli una sicura condanna. L’orrore scaturisce dal bieco tentativo di aggirare una congrua punizione, e la lotta per la sopravvivenza di Halleck, letteralmente divorato dal cancro della colpa, è quella contro un male dell’anima, che si riflette nel progressivo e raccapricciante deterioramento del suo corpo un tempo florido e ora smunto, livido e rinsecchito.

Avvinto dalla parabola kinghiana, Holland s’appropria del progetto nell’89, e si butta a capofitto in un meticoloso processo di revisione dello script: «Devo averlo riscritto almeno una quindicina di volte», ha dichiarato, «lo volevo perfetto». Ma il cuore pulsante della vicenda, ivi comprese le angoscianti analogie con il cancro e persino con l’AIDS, intimidiscono i potenziali finanziatori. Non era tanto il caffè, rifletté Holland, bensì la rappresentazione di un personaggio che si dissolve a renderli nervosi. Senza contare il finale tutt’altro che lieto, capace di togliere il sonno persino al più illuminato dei produttori. Complicato, insomma, trovare uno Studio disposto a investire nel progetto. Ma a questo pongono rimedio l’aficionado kinghiano Richard Rubinstein e Mitchell Galin, e con loro nientemeno che la Paramount e la Spelling Films.
E così, sulla scia de I Langolieri, Holland dà il la alle riprese di Thinner nell’agosto ’95, ben supportato dal talento di Greg Bram Stoker’s Dracula Cannom i cui trucchi per lo più portentosi (diciamo per lo più dal momento che mano a mano che Halleck dimagra l’artista si vede costretto ad accentuarne gli zigomi sacrificando la ratio del volto, ma del resto se il tradizionale make-up non incontra difficoltà nell’aggiungere strati, ben altra cosa è rimuovere la carne dell’attore, e si tratta quindi di un peccato veniale) trasformano Robert John Burke da un colosso lardoso e ripugnante a una emaciata salma deambulante. Ma è d’altra parte il ritmo della maledizione ad avere del portentoso. Sedici chili in sette giorni: roba da fare invidia alle réclame di Villa Samantha firmate Pozzetto e Verdone.

Pregi e difetti, dicevamo. Quel commento in apertura di Halleck, per riannodare i fili della nostra riflessione, è certamente forzato, televisivo (lo stesso si può dire delle musiche e della fotografia, piatta a volergli fare un complimento). Lo script, con buona pace delle innumerevoli riscritture di Holland, è didascalico e frettoloso, persino nei passaggi chiave come il truce rituale con il quale lo zingaro, piegato dalla delittuosa rappresaglia d’un «compare» di Halleck, il mafioso Richie «il Martello» Ginelli (l’inadatto Joe Mantegna), fa colare la maledizione del Nostro sin dentro una crostata di fragole. Quanto alla visita alla moglie del giudice (condannato a tramutarsi in una sorta di lucertola antropomorfa, degna fine per un liberale dalle ampie vedute: «Zingari sporchi e ladri, […] portano malattie, crimine e prostituzione»), l’adattamento non conosce peccati pari a questo: privare la scena della dolente inquietudine kinghiana barattandola con uno spiacevole taglio grottesco (che è poi la cifra stilistica, intesa proprio nella sua accezione di comica esagerazione, che domina nel complesso, ben incarnata dall’irritante «zingarella» d’una isterica Kari Wuhrer).
Tutto vero, ed è lecito rammaricarsene. Ma allo stesso tempo, tenuto conto delle ben note complicazioni che affliggono ogni tentativo di traslare Stephen King dalla cellulosa alla celluloide, qualcosa di buono, e persino godibile, Thinner lo offre. Fulmini a ciel sereno (il primo piano del cadavere del tirapiedi di Ginelli, l’incubo in cui ci è dato di gustare il make-up del giudice-rettile, il bacio alla moglie «incartapecorita») e un breve intermezzo, quello in cui Halleck si ritrova a fissare Kari Wuhrer dall’alto del suo ufficio in compagnia di un collega che allude alla sfacciata bellezza della giovane e ai facili costumi degli zingari, che trasuda il cinismo dell’Uomo Bianco (della Città) e la sua miope, autoproclamata superiorità.
King interpreta un farmacista «tipo civetta», come sosterrebbe il geometra Calboni, dal nome volontariamente ammiccante: signor Bangor. Una risata, e Holland se lo ricorda persino nel finale malizioso e crudele, può salvarci la vita.

Stefano Leonforte

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