Serenity – L’isola dell’inganno

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6.5 Awesome
  • voto 6.5

E la barca va

Impresa quantomai ardua, scrivere di Serenity – L’isola dell’inganno senza spoilerare l’effetto sorpresa che arriva, non del tutto inaspettato, nella seconda parte del film. Del resto, quello di spiazzare pubblico e probabilmente anche critica, era uno degli obiettivi che si era preposto Steven Knight, regista e sceneggiatore del lungometraggio. Si sarebbe tentati, con un pizzico di malizia, di definire l’operazione riuscita, dato che Serenity, alla sua uscita oltreoceano, ha scontentato entrambe le fazioni. E vedendolo se ne comprendono alla perfezione i motivi. Improvvisi cambi di tonalità narrative, simbolismi marcati, stereotipizzazioni a iosa e continui ribaltamenti di genere nell’ossessiva ricerca di una via postmoderna ad una messa in scena all’apparenza classica, possono generare una sorta di effetto bulimico – con relativo rifiuto – in chi guarda. Sia esso normale spettatore che addetto ai lavori. Eppure Serenity riesce a catturare appieno l’attenzione, non fosse altro che per il gusto squisito dell’immagine (ottima la fotografia firmata da Jesse Hall) e soprattutto per la destrutturazione palese e competente di quei generi che Steve Knight, da uomo di cinema a tutto tondo, conosce a menadito.
Ci troviamo a Plymouth, immaginaria isola caraibica dove, in apparenza inspiegabilmente, tutti sanno tutto di tutti. Qui agisce Baker Dill, pescatore statunitense squattrinato e con un passato assai tumultuoso alle spalle, fatto di guerra in Iraq e unioni sentimentali finite in modo drammatico. Un uomo disilluso dalla vita, che trova rifugio nell’alcol e nel fumo. Tipica figura da noir vecchio stampo, insomma. E quando compare sulla scena quella che uno sguardo avvezzo definirebbe senza mezzi termini una dark lady, la quale gli chiede di compiere un delitto nel nome di una trascorsa storia in comune, si ha la sicurezza di trovarsi di fronte ad una elaborazione contemporanea dei vecchi stilemi che hanno attraversato le decadi illustri della Hollywood dei tempi d’oro. Insaporiti, per giunta, da un tocco di letteratura hemingwayana, con tanto di citazione esplicita tratta dal romanzo “Il vecchio e il mare” nella continua caccia del protagonista ad un enorme tonno comprensibilmente restio a farsi pescare. La temperatura erotica è a livelli di guardia costanti, come da gloriosa tradizione hard boiled, grazie al protagonista Matthew McConaughey, spesso inquadrato come mamma l’ha fatto, e le sue controparti femminili, interpretate dalla seducente e ferina Ann Hathaway, l’istigatrice dell’omicidio, e la matura Diane Lane, tipica vedova di mezza età ancora iper-sensuale residente nell’isola. Non bastasse il quadro sinora descritto un elegante uomo con valigetta si mette alla incessante ricerca di Baker Dill, e non per confiscargli la barca come tutti, in platea, sarebbero portati a pensare data la disastrata situazione economica del nostro. Tuttavia tali carte (leggasi stereotipi, appunto) sono messe in tavola da Knight apposta per essere mescolate ad arte. E, considerata la tipologia di film, mai credere alle apparenze.
Steven Knight, come anche nelle altre due opere da lui dirette – cioè Redemption – Identità nascoste e lo straordinario Locke, entrambe del 2013. Per tacere delle sceneggiature più conosciute come Piccoli affari sporchi (2002) e La promessa dell’assassino (2007) – ama mettere i suoi personaggi di fronte alla solitudine estrema, con ineluttabili scelte morali da compiere. Non fa eccezione Baker Dill, anche se la seconda parte di Serenity – L’isola dell’inganno, sterza prima nel thriller, quindi viene segnata dall’ingresso di una tecnologia facilmente accostabile ad una sorta di neo-creazione trascendente, ribaltando qualsiasi chiave di lettura sino ad allora convenuta.
L’unico difetto, peraltro non trascurabile, di Serenity (dal nome della barca di proprietà di Dill, particolare tutt’altro che irrilevante) diventa allora, paradossalmente, la mancanza di originalità nei confronti di un tema già sviscerato più e più volte, anche in maniera maggiormente compatta ed omogenea, persino in serie televisive tipo Black Mirror. Ciò non toglie che il film di Steven Knight possa divertire per le proprie, volute, ridondanze e finanche commuovere, allorquando il filo invisibile che lega ogni personaggio verrà finalmente alla luce. Serenity – L’isola dell’inganno ci appare dunque alla stregua di un puzzle da assemblare con pazienza, proprio il requisito che manca alle platee di oggi, troppo abituate alla rapidità fine a se stessa dell’immagine per averne. Senza contare che l’atto radicale di una redenzione catartica dai “peccati” commessi, fattore implicito nella lettura morale del film, risulterà sempre inviso a tutti coloro per i quali ogni gesto creduto sbagliato è imperdonabile. Compreso quello di aver girato un film intitolato, appunto, Serenity.

Daniele De Angelis

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