Crawl – Intrappolati

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6.5 Awesome
  • VOTO 6.5

Lacrime di coccodrillo rosso sangue

“Piangere lacrime di coccodrillo” è un modo di dire di uso comune e si riferisce a chi finge di provare dispiacere quando in realtà è disinteressato per il dolore o il danno arrecato. Dolore che gli alligatori protagonisti di Crawl – Intrappolati di certo non provano nei confronti degli sventurati di turno che rischiamo seriamente di finire tra le loro fauci, trasformando le lacrime in ettolitri di sangue.
A raccontarci questo ennesimo duello tra prede e predatori ci pensa Alexandre Aja, che in materia si era già pronunciato non molto tempo fa con Piranha 3D, lo spassoso e truculento aggiornamento del cult di di Joe Dante del 1978. Ma nello specifico di faccia a faccia tra umani e coccodrilli più o meno feroci e dalle diversi dimensioni ne abbiamo visti svariati sul grande schermo e a tutte le latitudini: da Quel motel vicino alla palude di Tobe Hooper ad Alligator di Lewis Teague, da Lake Placid di Steve Miner a Million Dollar Crocodile di Lin Lisheng, da Killer Crocodile di Larry Ludman (alias Fabrizio De Angelis) al più recente The Pool di Ping Lumpraploeng. Di conseguenza, la lotta per la sopravvivenza dalle tinte splatter mostrata nell’ultima fatica dietro la macchina da presa del cineasta francese non ha nell’originalità il suo punto di forza e lo script della pellicola ce lo conferma ampiamente.
Crawl, infatti, si lascia trasportare dalla scia dell’horror bestiario e ne segue alla lettera gli stilemi, usando come spinta propulsiva il disaster movie e il genere catastrofico per giustificare l’entrata in scena dei famelici e temuti rettili. Il resto lo si può facilmente pronosticare con il confronto psicologico e soprattutto fisico tra le due fazioni in campo in un’unità spazio-temporale che ha non poche similitudini con quello alla base di Shark 3D di Kimble Rendall o con il già citato The Pool del collega tailandese. Si passa dal supermarket allagato o dalla piscina svuotata alla cantina di una casa invasa dalle acque durante un uragano di categoria 5. Lì Haley, una promessa del nuoto della Florida, si ritroverà intrappolata con il padre gravemente ferito dato per disperso in “dolce” compagnia di un branco di giganteschi alligatori. Il tutto mentre il livello dell’acqua sale, innescando l’immancabile corsa contro il tempo. Morire annegati o sbranati dalle simpatiche bestioline, oppure cercare una via d’uscita; questi gli scenari possibili intorno ai quali si sviluppa il plot. Un plot nel quale non può mancare lo scontro-incontro familiare, con l’ennesima situazione estrema che si tramuta in un’occasione per ricucire uno strappo tra un padre e una figlia. Elemento drammaturgico che nella stragrande maggioranza dei casi, così come in questo, si trasforma in un accessorio che non sposta gli equilibri.
Insomma nulla di trascendentale per quanto concerne la scrittura e la sua messa in quadro, ma nonostante la sua innegabile linearità, il lungometraggio riesce comunque a coinvolgere nel meccanismo di suspense, portando lo spettatore a confrontarsi direttamente con le scelte più o meno avventate dei personaggi. Dal canto suo, Aja dispone con lungimiranza di quei pochi elementi in scena, costruendo un gioco sadico e capace di tenere a sé l’attenzione del fruitore grazie alle accelerazioni di ritmo che il cineasta francese riesce a imprimere alla timeline, grazie e soprattutto a una serie di sequenze tecnicamente valide che alzano il tasso di adrenalina. Ovviamente, la soglia di credibilità rispetto a ciò che vediamo oscilla sempre pericolosamente, ma in prodotti come Crawl si tratta di un elemento che fa parte inevitabilmente delle regole del gioco. Prendere o lasciare.

Francesco Del Grosso

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