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Coma

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VOTO: 7

Fantasmi

Raramente un film sa essere tanto respingente nel suo insistito stile debordante quanto, allo stesso tempo, forte e significativo proprio in merito a quella radicalità espressiva attraverso cui viene a patti con la realtà. É quello che pressappoco accade con Coma, opera prima della siriana Sara Fattahi, in concorso al Torino Film Festival 2015 e costantemente in bilico tra l’estremismo delle sue soluzioni formali e l’universalità di un sentire che proprio da quelle traspare.
Calando la macchina da presa tra le mura di una casa di Damasco, muovendola all’interno della quotidianità di tre donne (nonna, madre e figlia), di tre generazioni che, coscientemente e dolorosamente, hanno scelto una (non) vita da recluse, mentre fuori impazza la guerra, la regista esordiente, estremizzando fino all’esasperazione il proprio approccio documentaristico, traccia le coordinate di un dramma famigliare claustrofobico e frammentario, distorto e simbolico.
Un kammerspiel anomalo e astratto, Coma, fatto di silenzi e rassegnazione, dove lo sguardo si perde tra dettagli e piani fissi, giochi col fuori fuoco e il cambio di formati, fino a ritrovarsi nei primissimi piani che scandagliano volti tenaci e smarriti, alla disperata ricerca del senso di una perdita o di un’assenza, trovandovi, invece, solamente il riflesso di una guerra assurda che sfianca l’anima e distrugge la speranza. Un cupo e stravolto filmato di famiglia dove all’esigenza della memoria si accompagna un’impietosa riflessione sul presente, sul paese, sul senso stesso di essere siriani, donne, esseri umani.
È un film totalmente al femminile quello della Fattahi, dove gli uomini sono fantasmi, morti o fuggiti, fuori campo come fuori campo è una guerra vissuta solamente attraverso le parole e i silenzi di protagoniste ridotte anch’esse alla stregua di spettri in vita, attraverso i loro sguardi esasperati, i loro pianti trattenuti, i loro sospiri rassegnati che non chiedono ma esigono un pieno coinvolgimento emotivo.
Non ha mezze misure l’operazione della regista siriana, nata a Damasco ma residente in Libano, desiderosa, in quel ritorno alle origini, di ritrovare i propri fantasmi e di confrontarsi con un presente che grida giustizia ed empatia. Con un rigore e un coraggio intellettuale che non conoscono e non cercano compromessi, la Fattahi porta avanti, fino alla fine, fino a quelle uniche, desolanti immagini di esterni, un progetto tanto personale, visivamente stratificato e complesso quanto tenacemente consapevole. Un punto di vista inedito, simbolico e a tratti insostenibile sulla guerra e sulla sua sanguinosa eredità, sulle sue vittime e su chi, impotente, rimane a guardare.

Mattia Caruso

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