London Road

0
5.5 Awesome
  • voto 5.5

Il killer della porta accanto

Esaurito il fattore sorpresa, l’interesse va via via scemando sino a lasciare spazio alla noia che negli ultimi trenta minuti circa ha preso definitivamente il sopravvento. Con lo scorrere della timeline, il meccanismo, lo stile e le dinamiche narrative che ne contrassegnano il dna finiscono purtroppo con il perdere fascinazione, originalità, spettacolarità e impatto visivo. Il risultato, come avremo modo di constatare, trova il suo tallone d’Achille nello smarrimento di quella carica dirompente di creatività che caratterizza la prima ora, ma soprattutto nella monotona ripetitività del racconto e del modo in cui questo prende forma e sostanza sullo schermo.
Quella appena descritta è la parabola discendente che disegna la traiettoria della fruizione di London Road, seconda prova dietro la macchina da presa di Rufus Norris, presentata in anteprima italiana alla 33esima edizione del Torino Film Festival nella sezione Festa Mobile. Per il suo ritorno alla regia cinematografica dopo il fortunato esordio del 2012 dal titolo Broken, premiere in quel di Cannes e vincitore del premio per il miglior film ai British Independent Film Awards, il regista inglese torna al suo primo e grande amore, ossia il teatro, adattando per il grande schermo l’omonima pièce da lui stesso messa in scena nel 2011 con il National Theatre, che gli è valsa l’ambito Critics’ Circle Award for Best Musical.
Purtroppo, il passaggio al nuovo mezzo non porta ai medesimi risultati, con l’adattamento che, pur riprendendo in maniera pressoché fedele contenuti, estetica e modus operandi della versione originale per il palcoscenico, non riesce a restituire e a valorizzare tutto il potenziale e le possibilità intrinseche che hanno decretato il successo del musical: dalla sua originale struttura all’incredibile indagine umana che mette in scena (grazie sia alla costruzione dei testi di Alecky Blythe, sia alle straordinarie musiche di Adam Cork), dalla potente rappresentazione politica della vita di una piccola città allo humour e allo spirito che lo anima. Norris ripropone il testo originale, a sua volta ispirato a una storia vera avvenuta nel 2006, che ha visto la quiete apparente della cittadina rurale di Ipswich scossa dal ritrovamento dei cadaveri di cinque prostitute. Un fatto sanguinoso senza precedenti, che fa precipitare nel panico una piccola comunità già scossa da una lunga battaglia contro il diffondersi della prostituzione. Per i residenti si tratta di un vero e proprio shock, a cui sapranno fare fronte unendosi nella ricerca della verità. Il regista si limita ad apportare solo quelle modifiche necessarie al cambio di destinazione e di linguaggio. Anche solo un leggero distacco e una parziale rielaborazione avrebbero dato nuova linfa vitale all’operazione. Ma non è andata così, di conseguenza la versione cinematografica di London Road non è andata oltre la fotocopia sbiadita della sua matrice originale. Ma non è tutto da dimenticare, con il discorso sulla strumentalizzazione dei mass media e sulla sua capacità di influenzare l’opinione pubblica che, oltre ad essere drammaticamente attuale, resta l’aspetto centrale e più interessante tra quelli proposti.
Non è la prima ne l’ultima volta che il passaggio di un’opera teatrale al cinema non dà gli esiti sperati, con operazioni come Nine, The Producers o Evita che nel percorso di transizione da un’Arte all’altra si sono indeboliti in maniera sostanziale. Altre volte, al contrario, non si sono registrate ripercussioni e i risultati audiovisivi hanno retto il confronto: da Jesus Christ Superstar a West Side Story, passando per Cabaret e The Rocky Horror Picture Show, tanto per fare qualche illustre esempio. London Road non rientra nella suddetta casistica, nonostante la ricetta offerta alla platea si basi sugli stessi ingredienti della fortunata pièce, quelli di un ibrido che mescola musical, film d’inchiesta e serial-thriller. E la mente torna allo Sweeney Todd di Tim Burton, con in più innesti documentaristici (le interviste frontali fatte agli abitanti del quartiere) che, per quanto concerne la qualità della confezione, si allinea a prodotti come The Confessions of Thomas Quick o The Imposter. A un primo impatto il suddetto mix spiazza ed entusiasma, ma alla lunga la prolissità della scrittura e la ciclica riproposizione delle situazioni e delle parentesi canterino-danzeresche fanno sciogliere il tutto come neve al sole. Forse una maggiore capacità di sintesi e una durata inferiore avrebbero giovato allo script e alla sua trasposizione, contribuendo alla riuscita del progetto.

Francesco Del Grosso

Leave A Reply

1 + diciotto =