Ci vuole un fisico

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5.5 Awesome
  • voto 5.5

La notte è troppo grande per noi

L’assassino torna sempre sul luogo del delitto e nel caso di Alessandro Tamburini, cinematograficamente parlando, la presentazione tra gli eventi speciali della 13esima edizione di Cortinametraggio della sua opera prima dal titolo Ci vuole un fisico è stata l’occasione per tornare alla kermesse veneta, laddove il corto omonimo del regista fiorentino, del quale la pellicola in questione è l’evoluzione sulla lunga distanza, aveva trionfato nel 2013, portando a casa ben tre riconoscimenti. Viene da sé che la prima apparizione pubblica del film non poteva che essere proprio in quel di Cortina, nella manifestazione dove cinque anni fa era iniziato il fortunatissimo percorso dello short nel circuito festivaliero.
Il cineasta, qui ancora impegnato dietro e davanti la macchina da presa nel ruolo di co-protagonista, torna a vestire nuovamente i panni di Alessandro al fianco dell’attrice campana Anna Ferraioli Ravel. I due interpretano un uomo e una donna, i cui rispettivi appuntamenti galanti finiscono miseramente con dei buchi nell’acqua. Così il destino li fa incontrare. In principio Alessandro non sopporta quella ragazza che considera brutta e invadente. Ma nel corso di una lunga notte costellata di risse, balli sfrenati, bagni notturni e altre avventure ha modo di conoscerla meglio e di imparare qualcosa in più su di sé. All’alba i due ragazzi si ritrovano più maturi, pronti a fare i conti con il loro passato e, forse, innamorati.
Di fatto, Tamburini rimette le mani sulla sceneggiatura precedente nella speranza di ottenere i medesimi risultati del passato, ma come vedremo i frutti non saranno ugualmente maturi. Ennesima dimostrazione, questa, che se una data storia funziona sulla breve distanza, non è detto che possa funzionare anche sulla lunga. Non è la prima volta, infatti, che una vicenda da prima raccontata in un cortometraggio si trasformi poi nel tappeto narrativo e drammaturgico di un lungometraggio, con Alive in Joburg diventato poi District 9, per la regia dello stesso Neill Blomkamp, che è senza ombra di dubbio tra i casi più noti e riusciti. Come il collega sudafricano, anche Tamburini espande i temi e gli elementi presenti nel corto precedente, ma a differenza di Blomkamp, il regista emiliano si limita a gonfiare e ampliare le situazioni, aggiungendo quelle scene necessarie a ottenere il materiale utile a dare forma e sostanza alla timeline.
L’esito sa essere anche scorrevole, piacevole e a tratti in grado di dispensare sorrisi (molto divertente il siparietto in macchina con il geloso Umberto, qui interpretato con grande efficacia da Niccolò Senni), ma a conti fatti il gioco vale poco la candela, poiché la pellicola non è altro che un eco prolungato di qualcosa che già nel 2013 aveva esaurito le proprie esigenze, argomentazioni e peculiarità. Non c’è una rielaborazione sufficiente a garantire al film un motivo ulteriore di rilancio e di interesse, se non per coloro che non hanno avuto alcun contatto precedente con la storia e i personaggi che l’avevano animata una manciata di anni fa. Ciononostante, basta leggere la sinossi di Ci vuole un fisico per rendersi conto del tipo di operazione che il regista ha messo in piedi per il suo esordio. Tamburini conserva l’essenza e lo spirito della matrice originale, riportando sullo schermo la più classica delle commedie sentimentali, costruita intorno all’altrettanto classico scontro/incontro tra due sconosciuti che darà origine a un cortocircuito emozionale, lo stesso che per dinamiche strizza l’occhio al Before Sunrise di Richard Linklater o al 2 Night di Roi Werner (dal quale Ivan Silvestrini ha tratto nel 2017 il poco esaltante remake nostrano, 2night), dove l’unità lineare del racconto e il girovagare notturno fanno da scansione temporale e da cornice non solo alla nascita di un amore, ma anche a un percorso personale di ricerca e di accettazione di se stessi.
A questo punto ci chiediamo: perché insistere sul medesimo plot invece di andare a confrontarsi con qualcosa di nuovo e indipendente dal punto di vista narrativo? La risposta la lasciamo a voi, ma per quanto ci riguarda questo è il limite più grande dell’operazione.

Francesco Del Grosso

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