L’ultimo viaggio

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6.0 Awesome
  • voto 6

Verso il Nord-Est

Accadeva nel 1942 un vero e proprio miracolo cinematografico, in quanto il celebre cineasta tedesco – ma statunitense d’adozione – Ernst Lubitsch girava quello che è diventato uno dei pilastri della storia del cinema: Vogliamo vivere!, film in cui, per la prima volta, era proprio un tedesco a trattare lo spinoso tema della dittatura nazista, peraltro all’epoca ancora in atto. Da quel momento in avanti e, soprattutto, a partire dalla fine della Seconda Guerra Mondiale, la Germania e l’Austria hanno sentito il bisogno costante di fare una sorta di “mea culpa”, realizzando un infinito numero di pellicole sull’argomento. I risultati finali, come solitamente accade, sono stati ora encomiabili, ora totalmente deludenti. Da che mondo è mondo, però, la cosa importante è come un determinato prodotto venga realizzato. La curiosità, dunque, è sempre viva, nel momento in cui vediamo in palinsesto un nuovo lungometraggio incentrato sull’argomento. E, a tal proposito, L’ultimo viaggio, diretto dal regista e sceneggiatore Nick Baker Monteys, sembra già da una sommaria lettura della sinossi, alquanto promettente.
Eduard Leander è rimasto vedovo da poco. Sua figlia Uli ha intenzione di chiuderlo presto in una casa di riposo, ma l’uomo, lasciandole un biglietto, la informa che ha intenzione di prendere il primo treno per Kiev. È così che Uli chiede a sua figlia Adele, la quale non è mai stata interessata né al passato, né tantomeno alla storia della sua famiglia, di raggiungerlo in stazione, al fine di convincerlo a tornare a casa. L’uomo, tuttavia, sembra irremovibile, deciso a ritrovare una donna che aveva amato durante la guerra, così anche la nipote sarà costretta a partire insieme a lui in un viaggio che si rivelerà molto più lungo e complicato del previsto.
Un road movie con parecchi spunti interessanti, non v’è alcun dubbio. Soprattutto se si pensa che il vero e proprio leit motiv di tutta la vicenda non è (soltanto) il senso di colpa ed il desiderio di espiazione, ma anche l’importanza della memoria e un rapporto tanto stretto quanto delicato come quello tra nonno e nipote. Il problema, però, è che, proprio in fase di scrittura, tutti questi elementi non vengono sviluppati in egual modo, e, a tal proposito, una durata di poco più di un’ora e mezza non è assolutamente d’aiuto. Ed è proprio il rapporto tra Eduard e la nipote Adele a risentirne maggiormente, in quanto, fatta eccezione per i momenti in cui viene fatta luce sul passato dell’uomo, non vi è un necessario dialogo tra i due, che faccia percepire il cambiamento in atto. Tanti, troppi elementi che si susseguono comportano spesso un rischio del genere, così come la presenza, all’interno dello script, di pericolose e poco credibili coincidenze fa perdere parecchi punti ad un lavoro che, tutto sommato, risulta onesto e particolarmente sentito.
Numerosi sono, dunque, gli scivoloni in fase di sceneggiatura, che, tuttavia, contrastano con una regia attenta e sapiente, soprattutto nel mostrarci gli imponenti edifici di una città tanto suggestiva quanto massacrata come Kiev, così come l’intenso volto della protagonista (interpretata dalla giovane Petra Schmidt-Schaller – considerata, non a caso, “il volto più bello della televisione tedesca”), vero e proprio cavallo di battaglia dell’intero prodotto. Ciò non è sufficiente, però, a far sì che L’ultimo viaggio riesca a distinguersi nella miriade di lungometraggi che trattano l’argomento. Il lavoro di Baker Monteys, al contrario, si classifica soltanto come uno dei tanti tasselli all’interno di un genere che, molto probabilmente, verrà sviluppato ancora per molti, moltissimi anni.

Marina Pavido

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