Mi piego ma non mi spezzo
Ci sono film fatti per essere visti, non necessariamente per essere capiti. Ed è in questo che sono racchiuse la forza e la bellezza di un’opera come Girl America (Amerikánka), ultima fatica dietro la macchina da presa di Viktor Tauš, quasi sicuramente tra le più potenti e coinvolgenti proiettate nel corso della 21esima edizione del Biografim, laddove è stata presentata nella sezione “Beyond Fiction” dopo le precedenti apparizioni al Tallinn Black Nights Film Festival e al Fantaspoa International Fantastic Film Festival.
Quella firmata dal regista, produttore e attore ceco ispirato a eventi reali, ruota attorno alla libertà, all’ostracismo e al desiderio di vivere di una donna reale di nome Ema Černá, che il regista ha incontrato durante il suo periodo da senzatetto di questa. Černá è stata abbandonata dalla madre ed è costretta ad attraversa un inferno dopo l’altro passando dall’orfanotrofio all’affidamento e a un centro di detenzione. Sopporta le prove – tra cui bullismo e percosse – spinta dal desiderio di incontrare suo padre, che presumibilmente vive negli Stati Uniti. Da qui il titolo di una storia vera riletta mediante la lente del realismo magico, che genera a sua volta un’esperienza visiva amplificata incentrata su un protagonista che resiste alle sfide e alle circostanze della vita. Racconta la storia dell’incredibile tenacia della ragazza, mentre affronta se stessa e la pressione esercitata su di lei. Resiste agli adulti e alla solitudine con la mente che di default torna per analogie al dodicenne Antonie de I 400 colpi o a Oliver Twist, al quale l’autore dice di essersi ispirato nel momento in cui si è trovato a trasporre liberamente il libro omonimo di David Jařab, del quale è stato realizzato anche un adattamento teatrale. Girl America segue il viaggio della protagonista verso la sopravvivenza e l’autodeterminazione, mentre naviga in una vita attraversata da traumi e dalla negligenza sistematica e disumana del mondo che la circonda (la Cecoslovacchia socialista degli anni Ottanta e Novanta).
Si tratta di un film che non conosce le mezze misura e non scende a compromessi ne sul piano identitario che su quello tecnico. O si ama o si odia Da una parte sfugge a qualsiasi tentativo di mera catalogazione per quanto riguarda il genere di appartenenza (forse il romanzo di (de)formazione è quello che più si avvicina) e al contempo, con approccio idiosincratico, evita tutti i luoghi comuni e l’estetica del dramma sociale e del biopic. Dall’altra parte, il cineasta di Praga ripudia il classicismo sia nel modo di narrare che in quello di mettere in quadro. Lo fa con e attraverso tutti gli strumenti che la Settima Arte mette a disposizione e che le appartengono sul piano drammaturgico, estetico, tecnico e formale. Per il primo sceglie una frammentazione spazio-temporale cronologicamente non lineare che si affida a una narrazione composta da memorie emotive che in quanto tali seguono un flusso asincrono rispetto al normale giro di lancette. Ecco perché il racconto non mette in ordine gli highlights dell’esistenza di Ema e non si concentrare su una semplice narrazione, bensì ce ne restituisce degli estratti che ripercorrono la realtà e la fantasia dei suoi ricordi emotivi, palleggiando nei diversi momenti della sua vita, fino ai giorni nostri. Una storia, questa, che Tauš fa sua, metabolizza, per poi parlare di tematiche universali come la libertà, l’ostracismo e il desiderio di vivere nonostante tutto e tutti, ma anche per provare ad accendere un dibattito sociale sulla natura obsoleta del sistema degli orfanotrofi. Per il secondo invece opta per una regia eclettica dalla vastissima gamma di soluzioni visive, alla quale fanno seguito un montaggio che ne asseconda e ne accentua ulteriormente la punteggiatura e il linguaggio pop e la natura sperimentale (vedi il ricorso allo split-screen per materializzare sullo schermo la doppia personalità e lo sdoppiamento del personaggio principale), il design delle scenografie di Jan Kadlec che si ispirano all’estetica teatrale e a una dimensione surreale, ma soprattutto la fotografia di Martin Douba che nella sua tavolozza cromatica si avvale solo di audaci colori pastello, con tonalità diverse associate alle diverse fasi della vita della protagonista, diventando veicolo di trasmissione di stati d’animo e atmosfere. È quasi come se qualcuno volesse mescolare il linguaggio “selvaggio” di Harmony Korine e la confezione di Wes Anderson con il Michelangelo Antonioni di Deserto rosso o Zabriskie Point, nei quali la fotografia e l’immagine sono parte integrante tanto del significato quanto del significante.
L’emozione è dunque l’elemento principale e il baricentro su e intorno al quale ruota tutto, compresa la straordinaria e intensa interpretazione della giovane esordiente Klára Kitto nei panni della piccola Ema. Di fronte a un’opera come Girl America bisogna giocoforza armarsi di pazienza, fare uno sforzo e accettare le regole d’ingaggio, ma soprattutto lasciarsi trasportare senza schemi e forme mentis in un film che si ama oppure si odia. Non lo abbiamo amato.
Francesco Del Grosso









