Cenerentola

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8.0 Awesome
  • voto 8

Tra sogno e realtà

«I sogni son desideri
chiusi in fondo al cuor
nel sonno ci sembran veri
e tutto ci parla d’amor
se credi chissa che un giorno
non giunga la felicità…
non disperare nel presente
ma credi fermamente
e il sogno realtà diverrà!»

Chi non ha mai sentito questo “motivetto”? Indipendentemente dal sesso, tutti, da piccoli, abbiamo visto il film d’animazione della Disney (datato 1950) e anche oggi, ripensando proprio a quella canzone, verrebbe naturale canticchiarla. Ci preme avvisarvi prima, nella Cenerentola diretta da Kenneth Branagh – in uscita il 12 marzo – non la ascolterete, a meno che non avrete la pazienza di attendere i titoli di coda. Il regista britannico mette in scena questa storia senza tempo come se questa musica fosse introiettata in ognuno di noi, in fondo il pubblico la conosce proprio come conosce lo stesso svolgimento del plot e assiste alla visione come se la intonasse tra sé e sé. Ci spiazza scegliendo, quindi, di non offrircela nel momento in cui ce l’aspetteremmo – una decisione che potrebbe apparire ardita, ma anche ben riuscita visto che si cimenta con una materia molto nota. Per quanto lo spettatore spesso decida di andar a vedere i classici (tanto più le fiabe) perché desidera assistere a qualcosa di cui sa già la fine, allo stesso tempo nutre la speranza di essere sorpreso e che il regista possa condurlo nel suo mondo e, in questo caso, nella sua Cenerentola.
La nuova trasposizione di Cenerentola, fortemente voluta dalla Disney, attrae in primis chi conosce la figura artistica di Branagh, conosciuto ai più per i suoi adattamenti dei testi shakespeariani, in cui trionfava anche in qualità di interprete. A ciò si aggiunge il proposito di rendere appetibile anche al pubblico di oggi una fiaba che ha fatto sognare generazioni e generazioni.
«C’era una volta una bambina di nome Ella…» ed è con quella formula magica che l’incantesimo del cinema ha inizio! Lily James dà il volto alla nostra protagonista, ha un candore d’altri tempi e in ogni atto che compie esprime il lascito di sua madre: «sii gentile e abbi coraggio». Queste parole prendono il posto del ritornello della canzone sopra citata, rappresentano il leit motiv su cui lo sceneggiatore Chris Weitz costruisce le sfumature di un classico che si conosce a menadito. Branagh riesce a farci percepire l’utopico pensiero che le fiabe possano realizzarsi grazie al mezzo cinematografico, usato sapientemente a partire dal mix di fotografia (Haris Zambarlou), costumi (Sandy Powell) e le scenografie (Dante Ferretti). In un live action che prende a modello il film d’animazione per poi farsi guidare dalla chiave della verosimiglianza e, nella seconda parte, dai sogni, questi tre elementi si rivelano fondamentali e, per quanto possa apparire scontato, diventano “parlanti”, rappresentando lo stato d’animo e le caratteristiche dei nostri personaggi.
Nella Cenerentola di Branagh i personaggi stereotipati da fiaba – in cui, schematicamente, ci sono il bianco e il nero, il buono e il cattivo – assumono spessore psicologico e la realtà irrompe nell’idillio di quel c’era una volta. Emblematica è la matrigna, interpretata straordinariamente da Cate Blanchett: «anche lei aveva conosciuto la sofferenza, ma la indossava magnificamente» – ci narra la voce fuori campo. Con la morte del padre, Ella si ritrova a dover fare i conti col proprio lutto, impossibile da condividere con le sue sorellastre e la matrigna. La sua condizione da paritaria si degrada sempre più ed è proprio servizio dopo servizio che diventa Cenerentola, prendendo maggiore consapevolezza di sé. Nel bosco, lei in fuga verso la libertà, lui intento ad assolvere a una delle abitudini – la caccia -, avviene l’incontro tra la ragazza e il principe (Richard Madden), una novità rispetto all’originale. Colpisce come ciò che lo spettatore attende arrivi, senza che la macchina da presa dimentichi di  affondare l’obiettivo; ed è questo passaggio che rende quegli archetipi così afferrabili, come se fossero in carne ed ossa. La pellicola scava nel rapporto tra genitori e figli, interroga sul potere e su come noi possiamo essere fautori del nostro destino (vedi i due protagonisti) o farci fagocitare (come nel caso della matrigna). Non è semplice fare i conti con l’eredità di un classico, ma Branagh ci riesce benissimo, facendo emergere le dinamiche umane con una raffinatezza inconfondibile (dall’impianto scenico alla messa in quadro con piani sequenza inseriti nei giusti punti), tesa a confezionare un’opera che farà (ri)sognare grandi e piccini, ma intrisa di contemporaneità. In fondo tutte le donne potrebbero aver pensato anche solo per un attimo al principe azzurro, questa Cenerentola ci ricorda come l’ordinario, tanto più nel momento dell’incontro in cui lui e lei sono alla pari (dissimulano la condizione sociale), nasconda in sé qualcosa e qualcuno di eccezionale, basta nutrirlo nel momento in cui lo si è trovato o si è manifestato.

Maria Lucia Tangorra

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