Boy

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8.5 Awesome
  • VOTO 8.5

All’ombra di Michael Jackson

Quale strampalato fil rouge potrà mai legare tra loro la Haka resa popolare dagli All Blacks, un idolo dei teenager come Michael Jackson ed il ricordo della battaglia di El Alamein? Per scoprirlo è sufficiente arrivare ai titoli di coda del secondo lungometraggio realizzato da Taika Waititi, vulcanico ed immaginifico film-maker dell’emisfero australe alla cui fama hanno finora contribuito due titoli di successo, Thor: Ragnarok e Jojo Rabbit. Al termine della folle sarabanda parte infatti un balletto ispirato a Thriller, brano di Michael Jackson che entrò nella leggenda anche per via di quel memorabile videoclip; coi protagonisti del film che alterano però la coreografia originale del video mescolandovi, trovata invero geniale, le inconfondibili movenze ed espressioni facciali della Haka, danza tribale che il Rugby ha consacrato nell’immaginario collettivo. “Maori style”, per così dire. Coerentemente con la particolare cornice antropologica esplorata nel corso di questo insolito, stralunato coming of age, che non sarà certo l’ultimo nella carriera del regista neozelandese.

L’azione viene immaginata in un 1984, cui non difettano certo le prevedibili coloriture pop. A partire, per l’appunto, dal culto di Michael Jackson: colui che ne subisce più di tutti il fascino è “Boy”, soprannome con cui è noto nei paraggi un vivace undicenne neozelandese, che ha le stesse origini Maori di gran parte dei residenti del piccolo villaggio costiero dove abita con la nonna, col fratellino Rocky, con una miriade di cuginetti e con una impertinente capretta, sua abituale e silenziosa confidente. In compenso manca il padre, quell’Alamein chiamato così in onore del contingente neozelandese che combatté in Nordafrica, durante la Seconda Guerra Mondiale; è assente da tempo perché lo hanno messo in prigione, dopo quei tentativi di rapina condotti, con poca fortuna, assieme a una banda di “duri” scalcagnata quanto lui. Eppure, Boy, orfano di madre, considera il genitore lontano non un criminale da strapazzo ma un vero e proprio mito. Quasi come Michael Jackson. Perciò si lascerà volentieri sconvolgere la vita da quell’incorreggibile buono a nulla, quando dopo tanti anni farà ritorno a casa, per mettersi alla ricerca di un misterioso “tesoro”….

Accolto alla sua uscita col maggior incasso registrato fino ad allora in Nuova Zelanda, selezionato nel 2010 per il Sundance Film Festival, Boy è in effetti un gioiellino il cui meccanismo narrativo, tutto sommato classico, si sposa con trovate originali, humour dall’impronta agrodolce ed approccio visivo tanto naïf quanto attento alle connotazioni ambientali. Vi risultano esaltate alcune di quelle prerogative estetiche e narrative, che nel cinema di Taika Waititi ciclicamente si ripropongono: lo sguardo adolescenziale (se non addirittura infantile) sulla realtà, l’umorismo dalle tinte acide e dissacranti, l’empatia nei confronti dell’outsider di turno e la sua poliedricità come attore, capace di farsi breccia nel cast con personaggi deliziosamente surreali e sopra le righe. Come nel caso dell’istrionico Alamein, genitore così sfacciatamente immaturo, in partenza,  ma al contempo capace di quegli slanci empatici che alla fine, nell’arco di un racconto di formazione non privo di sorprese, gli permetteranno di relazionarsi col figlio in modo più schietto.

Stefano Coccia

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