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Bianco di Babbudoiu

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VOTO: 4.5

Vino senza veritas

Può essere poco ortodosso, quasi sconveniente, approcciare una recensione mettendo in primo piano l’atmosfera che si respirava all’anteprima per la stampa, anzi, un suo aspetto molto peculiare legato al lancio del film. Ma a noi non dispiace risultare “politicamente scorretti”, ogni tanto. Per cui esordiamo pure con una candida ammissione: ricevere quale gentile omaggio una bottiglia di Vermentino di Sardegna, prima che iniziasse la proiezione, ai giornalisti ha fatto senz’altro piacere. Ma sarebbe stato ancora meglio se l’ufficio stampa assieme alla bottiglia avesse fornito anche un cavatappi, per suggerirne l’utilizzo immediato, giacché dopo le prime scene è parso subito chiaro che alla comicità dello sgangheratissimo Bianco di Babbudoiu si sarebbe sopravvissuti più facilmente, se accompagnati da un leggero stato di ebbrezza.

Il lato più deprimente della questione è che in questi anni, per merito di registi come Gianfranco Cabiddu, Bonifacio Angius e Salvatore Mereu, la Sardegna ha beneficiato al cinema di una serie di sguardi sinceri, sfaccettati, passionali, attenti ai problemi reali e sintomatici di un rapporto genuinamente empatico con la propria terra. Ebbene, con il film diretto da Igor Biddau e interpretato da Pino e gli Anticorpi (un terzetto di comici sassaresi la cui fama è fuoriuscita dall’isola grazie ad alcuni programmi televisivi, da Scherzi a parte a Colorado), si è presa invece una direzione molto meno nobile. Sin dalle primissime inquadrature è di nuovo una Sardegna da cartolina turistica a balzare in primo piano. Ma non è soltanto questo il problema. Oltre ad assomigliare pericolosamente a un confuso assemblaggio di sketch, lo stesso plot del lungometraggio ripropone. sul versante narrativo, certe immagini stereotipate dell’isola, che sconfinano all’occorrenza in per nulla apprezzabili disvalori. Protagonisti del film sono infatti due viziatissimi fratelli che, all’insaputa della sorella Giusy (Caterina Murino) ma con l’appoggio del suo non meno strampalato marito, stanno cercando di ingrandire l’azienda vinicola ereditata dal padre a forza di strani investimenti. La loro spregiudicata condotta finanziaria, presto sfociata in mostruosi debiti con le banche, li porterà però a elaborare piani ancora più improbabili (e che vorrebbero essere esilaranti, ai fini della commedia), per risanare il debito e salvare l’azienda.

Da un lato si assiste quindi alle evoluzioni di uno script che, anche da un punto di vista etico e narratologico, lascia ampiamente a desiderare: troppo complicato mostrare reale empatia nei confronti di personaggi così esili i quali, tra l’altro, si mostrano sin dall’inizio nelle vesti di sfaticati alla ricerca del successo facile, delle comodità superflue, dei più ridicoli status symbol. Lo stesso discorso vale, raddoppiato, per le loro avide compagne di vita, il cui superficiale carattere ristagna tra un ottuso conformismo e reazioni così opportuniste, da propiziarne un ritratto decisamente misogino.
Ma a monte c’è un problema persino più grosso: l’umorismo del trio tende a volare basso. I fratelli Michele e Stefano Manca, con il loro vecchio sodale Roberto Fara, non sono riusciti evidentemente ad adattare gli schemi e i tempi della loro comicità, accolta benevolmente in televisione, al mezzo cinematografico. Ciò che ne risulta è un susseguirsi di sketch ora triviali e ora ingenui, che solo in qualche lampo di surrealtà sanno essere davvero divertenti. Aiuta di tanto in tanto qualche partecipazione attoriale più robusta, su tutte quella del comunque vitale e brillante Dario Cassini, nei mefistofelici panni di un banchiere usuraio. Ma è troppo poco per la riuscita di un film, Bianco di Babbudoiu, che si compiace maggiormente di esibire le etichette dei vini sardi (di gran pregio, almeno quelli) che una originale vis comica.

Stefano Coccia

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