Home Festival Altri festival La Californie

La Californie

100
0
VOTO: 8.5

L’amore spiato

Ci si domanda spesso quale sia il confine tra realtà e finzione. Vedendo La Californie (tit. italiano In California) di Charles Redon, di fronte a determinate scene intime, sorge spontaneo chiedersi: qual è il limite a cui può arrivare la macchina da presa? Non è un interrogativo con accezione moralistica, ma è uno tra i tanti che questo documentario pone alla platea di turno coinvolgendola totalmente nonostante sappia essere anche molto privato.
Si parte da una situazione fortemente drammatica, la separazione, vista, anzi quasi spiata perché dei due protagonisti – lo stesso Redon e la sua compagna, la ballerina Mathilde Froustey – non si vedono i volti, ma i corpi. Ed è proprio questo uno dei soggetti-oggetti dell’indagine del regista francese.
Uno dei punti forti de La Californie sta nel partire dal proprio humus, riuscendo poi a toccare profondamente lo spettatore, sfiorando temi universali che, però, non smettono di essere personali. In voice over ascoltiamo la voce dell’uomo tramite cui iniziamo a immergerci nella sua storia d’amore con Mathilde. A farli entrare in contatto è stata, a suo modo, l’arte. Mentre da studente lui frequenta la FEMIS, la scuola di cinema statale francese, conosce tanti ragazzi e la donna “analizzata” è impegnata con colui che diventerà un carissimo amico. Romanticamente parlando, il coupe de foudre è più forte di qualsiasi relazione già prestabilita ed è così che Charles e Mathilde iniziano il loro viaggio insieme. La stessa messa in quadro, con riprese molto artigianali, ci fa percepire come la prima parte del film e, di conseguenza, di questo progetto sia legato al desiderio del regista di documentare il lavoro della sua compagna e la disperata voglia di raggiungere la vetta per chi vive per la danza classica. È come se per Redon sia “semplicemente” una deformazione professionale. Dall’intervista canonica che ci si aspetterebbe per una danzatrice (seduta allo specchio con le sue scarpe a punta) si passa alla quotidianità più intima (compresa anche la doccia) ed è lì che l’occhio documentaristico si mixa con l’apprensione dell’uomo che l’ama per poi mutarsi ulteriormente. «Mi vieti di immischiarmi nella tua alimentazione», ascoltiamo, oltre a vederlo mentre scova le carte della cioccolata di cui si è cibata. Ovviamente non è un mistero che per arrivare a certi livelli le ballerine sono sottoposte ad alcuni regimi dietetici rigidi, per non dire feroci. In La Californie si nota come tutto questo processo è sì una violenza verso il corpo, ma accade naturalmente, come se fosse l’unica chance per diventare étoile. La lente della telecamera fa la radiografia del corpo di Mathilde e di un’ossessione difficile da dire a se stessi e tantomeno all’altro. Scena dopo scena tutto diventa sempre più concreto e tangibile, compresa la dipendenza dalla donna. Il regista appare in tutta la sua umanità, non ha paura di mettersi a nudo con limiti e difetti fino ad arrivare alle sue ossessioni, con cui gioca, ma fa anche a pugni. Parallelamente emerge, infatti, con la parte più oscura – pronta a celarsi dentro ognuno di noi – e che qui diventa un elemento diegetico. Qualcosa cambia in California, apparentemente per lei sul piano professionale, ma la metamorfosi abbraccia loro come individui e anche come coppia. Non vogliamo aggiungere altro sull’evoluzione narrativa, augurandoci che, dopo il passaggio nella sezione “Visti da vicino” del Bergamo Film Meeting 2016, La Californie raggiunga un largo pubblico grazie anche alla piattaforma online The Open Reel.
Il film si rivela ibrido, più un mockumentary che un documentario puro e quando lo scopriamo ne siamo anche contenti perché, magari, c’è una parte di noi che vorrebbe leggere alcuni momenti appena visti come frutto della fantasia. Assistendo alla visione la mente va subito, anche per qualche affinità stilistica, ad Amore carne di Pippo Delbono in cui veniva catturato il gesto di Marie-Agnès Gillot, danzatrice étoile de l’Opera di Parigi. Appunto lì era la carne che si faceva immagine c, allo stesso tempo, poesia; ne La Californie, con uno stile e un afflato altrettanto personale i corpi vengono trafitti dall’obiettivo e la fragilità emerge al di là dello schermo, declinata anche con una bulimia nel riprendere, dirompente e travolgente in primis per chi la vive, senza violentare mai lo spettatore.

Maria Lucia Tangorra

Articolo precedenteTélécommande
Articolo successivoBianco di Babbudoiu

Lascia un commento

Please enter your comment!
Please enter your name here

3 × 2 =